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“Di albe e di occasi” di Grazia Procino.

Immagine di Copertina

Recensione

Se penso a Di albe e di occasi, (Macabor 2021, con la bellissima prefazione di Alessandra Corbetta), terza fatica poetica di Grazia Procino, dopo l’eleganza classicheggiante di Soffi di nuvole (Scatole parlanti, 2017) ed il mondo tragico di E sia (Giuliano Ladolfi Editore, 2019), penso immediatamente al celebre scritto di Saba del 1911, in cui il poeta triestino invitava gli artisti a fare ”poesia onesta”, distinguendo questa nettamente da una versificazione eccessiva, artificiosa, volta a stupire il lettore con la sua inautenticità manifesta, con una ricercatezza formale fine a se stessa. Con la sua falsità formale e morale.

Ecco, la Procino parte da queste semplici idee. Onestà verso se stessa e i lettori, essenzialità di espressione, colloquialità. Una natura viva e gioiosa, di verità, un modello per quel vivere civile (il battito naturale delle cose/ sta nel cammino lento/ della coccinella/ sul cuore della foglia.). Valori estetici sempre legati, talora ancillari a quelli etici (“l’etica ante omnia” di Esercizi di etica). Che vuol dire, per dirla con Mengaldo e il suo I poeti del Novecento, una linea antinovecentesca, un fil rouge, che, partendo da Gozzano e passando per Penna e Caproni, giunge agli esiti di Bertolucci o più recentemente di una Gualtieri, di una Cavalli. Una linea che rifiuti l’idea ermetica, di Carlo Bo e del Caffè delle Giubbe rosse, di una poesia lontana dal reale, dall’etica dl vivere civile, che rifiuti una poesia ostile al mondo, che, nel separandosene, protegga se stessa dagli orrori che questo produce, divenendo così autoreferenziale e oscura. Una poesia elitaria e chiusa, che la Procino nega con forza nella silloge.

Perché la poetessa, che pure è imbevuta di cultura classica (è docente di latino e greco in un liceo classico della Puglia), non crede in una poesia distante dal vivere civile. E della classicità coglie lo slancio e insieme l’equilibrio. Ne mantiene l’elegante cantabilità, sottolineata dalle figure della ripetizione, le insistite epanalessi, epanadiplosi, anadiplosi, i poliptoti e le anafore, la loro circolarità, che protegge e trova una misura, un metron, in grado di fondere il passato e i suoi valori con una realtà anche difficile, ma piena di irrinunciabile umanità, anche chiamando in causa il mondo dei bambini, come nell’esergo di stampo montaliano (Quando da bambini/ abbiamo giocato e rigiocato/ al sorriso che cattura/ il mostro cattivo/ non sapevamo chi si nascondeva/ dietro l’angolo/ se il rosso che abbaglia/o il nero che fischia il ritorno).

Già il titolo dell’ultima silloge evidenzia un far cozzare, come in Gozzano, “l’aulico con il prosastico”. Il “dì” del titolo richiama il de argomentatitivo di tanta saggistica latina. Le semplici albe si uniscono alla parola di origine classica “occasi”, creando una fertile dissonanza. Si tratta di un vocabolo dai molteplici significati, non solo un termine per rendere i tramonti e richiamare quindi la grande lirica di Catullo, Properzio e Ovidio, ma anche una allusione all’alternanza di nascita e morte ( occasi ricorda infatti la fine, il termine) ed un richiamo più o meno esplicito alle apparizioni, alle epifanie che ci attendono, veri e propri “appuntamenti con la felicità”, come recita un verso della silloge, quasi citando il celebre Le Occasioni di Eugenio Montale.

Ogni passaggio della Procino, quindi, sin dal titolo, non è mai fine a se stesso, ma si presta ad aprire scenari che si amplificano, a specchio, proponendo riflessi, che ogni volta si arricchiscono di luci nuove. Una poesia in cui la poetessa si fa figura dell’umanità nella sua ricerca, talora disperata, di amore, di speranza (come sottolineato dal critico letterario Giuseppe Giglio, nell’evidenziare la centralità del distico “Da che parte è l’alba?/ Là dove è prossima la speranza”), di valore, di affetti.

Ecco, affetti. Per questo la poesia si riempie, un po’ come nel Montale della Bufera, di personaggi salvifici del “nido familiare”( il padre, con le sue “ lezioni/ di solida dignità“; la madre che “ sta salendo instancabile/ ma non si arrende”; la nonna; il nonno, che diceva “Non crederti mai sola“; persino la figlia “che non ho mai avuto”) contrapposto a un mondo degli antenati contadini, quasi verghiano, (non a caso citato “Era il tempo dei Toscano/ che tutti conoscevano come Malavoglia“, un mondo dove esisteva “solo la parola sacrificio” e “nessuna rima con amore; un mondo di vecchiecon “la peluria sul viso/irrigidite dall’indifferenza”).

Tra i temi un posto rilevante meritano l’eros, presenza incessante nella silloge, nella sua alternanza quasi sabiana di amore (“i tuoi abbracci dove sto al sicuro” ; ” diffondere il suono mio e tuo, quando ci scambiamo desideri“; “l’amore lasciatelo esplodere“) e dolore(“il silenzio ruvido della solitudine” ; “non saremo mai due persone che si incontrano“). Ma, anche nella sofferenza, la speranza non viene mai sconfitta. Legata a temi pariniani e foscoliani di impegno, a una estetica resistenziale come nel bellissimo Poesia civile non perderà mai la sua potenza (“la bellezza è quella che resiste,/ guardando questo Paese schiaffeggiato da violenze impudiche./ Chiede solo di ospitare ancora/ persone con la fronte e il cuore aperti/ alla gioia. E noi siamo/ una stirpe che non sa rassegnarsi al lume/ che si spegne e leva il capo/ si dà un abbraccio e tenta di toccare le more scure/ dentro i rovi.”)

Ecco perché leggere Grazia Procino. Per tornare all’impegno, alla compassione, a un’etica attiva, di forza e di speranza, perfettamente condensata da questi folgoranti quattro versi: “non nascondetevi/ siate coraggiosi/ anche se vi sentite stanchi e vi sembra che/ tutti congiurino contro di voi“.

David La Mantia

Dettagli libro

TitoloDi albe e di occasi
AutriceGrazia Procino
EditoreMacabor Editore
GenereSilloge Poetica
FormatoLibro
Pagine92
PubblicazioneFebbraio 2021
Prezzo12 Euro
Link di acquisto
Amazon.it: Di albe e di occasi – Procino, Grazia – Libri

Cenni biografici sull’autrice e opere

La poetessa Grazia Procino

Grazia Procino, docente di Lettere presso il Liceo Classico di Gioia del Colle, ha pubblicato haiku in due raccolte collettive edite da Fusibilia, la raccolta poetica Soffi di nuvole ( Scatole parlanti, 2017 ) – Finalista Premio Nabokov e Premio Speciale al Premio nazionale “Poetika” a Verbania – e i racconti Storie di donne e di uomini ( Quaderni edizioni, 2019). E sia (Giuliano Ladolfi Editore) è stata la sua seconda silloge poetica: medaglia d’onore al Premio Don Luigi di Diegro 2020, finalista al Premio “Città di Acqui Terme” e attestato di merito al Premio “Lorenzo Montano”.

Una sua poesia è stata selezionata per l’IPoet di gennaio 2019 dalla casa editrice Lietocolle; sue poesie sono apparse su riviste specializzate come Poesia Ultracontemporanea, Poesia del nostro tempo, Poetarum silva e Poeti Oggi. Una sua intervista è stata pubblicata su L’Estroverso a cura di Grazia Calanna. Il poeta Maurizio Cucchi su La Repubblica di Milano e il poeta Vittorino Curci su La Repubblica di Bari hanno selezionato delle sue poesie per la rubrica “La bottega della poesia”. E’ tra i 12 poeti selezionati nell’antologia “Officina iPoet 2019” della casa editrice Lietocolle (Libriccini da collezione).

A febbraio 2021 è venuta alla luce la terza silloge poetica Di albe e di occasi (Macabor). Il poeta Antonio Nazzaro ha tradotto in spagnolo e pubblicato sul sito Centro cultural Tina Modotti una sua poesia Distanze incolmabili, tratta dalla prima raccolta.

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