Intervista alla scrittrice Ilaria De Togni.

La scrittrice Ilaria De Togni

Questa sera, nel mio salotto letterario, ho il piacere di avere come ospite la scrittrice padovana Ilaria De Togni. Una donna che con il suo charme esercita una forza di attrazione non comune, una donna capace di sviluppare riflessioni sui più disparati aspetti dell’esistenza catturando l’interesse del suo interlocutore e lasciandolo ammaliato. Una di quelle anime policrome che abbattono i confini, i contorni delle forme ed elevano il colore a essenza di vita universale, al di là delle illusorie divisioni e differenze.

Ilaria, innanzitutto grazie per aver accettato l’invito ed esserti resa disponibile a questo nostro incontro. Se non erro, sei nata a Montagnana, una cittadina murata di origine medievale e non lontana dai suggestivi Colli Euganei. Luogo meraviglioso per crescere, ma caratterizzato da una mentalità pratica; dove per la maggior parte delle persone, il lavoro assume la forma di attività manifatturiere, artigianali, agricole e l’idea che l’arte e la cultura possano divenire una professione fatica a farsi strada. Tu, figlia di musicisti e appassionata fin da piccola alla scrittura, come ti sei inserita in questo contesto?

Il piacere è mio, David. Anche la stima è reciproca. Grazie a te dell’invito e di farmi viaggiare indietro nel tempo con questa domanda. Ci torno volentieri a distendermi sotto al pianoforte del nonno «Nini» per sentirlo suonare, mentre la nonna cantava in cucina. Passavo così buona parte delle mie giornate da bambina. Con le mani sporche dei colori di mia madre, una pittrice. Là sotto imparavo a pensare, mentre la musica rinvigoriva i colori della sera e io già capivo che, con l’arte e la bellezza, si poteva sopravvivere alle lotte sgangherate della vita adulta. Dopo ogni litigio con nonna, il nonno suonava. Dopo ogni delusione, la mia giovanissima madre dipingeva. Io li osservavo tutti e ancora oggi narrare è il mio modo di guardare le cose. Restando nascosta.

Oltre alla musica, i nonni e lo zio, anch’esso pianista, avevano una bottega di restauro antichità e così all’arte si sovrapponeva la fatica. La bassa padovana era simile a molte altre realtà rurali italiane di quegli anni. Un mondo pieno di poetica concretezza, ma anche durezza, in cui ci si salvava soltanto con l’amore. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia per la quale l’arte, come l’amore era un valore irrinunciabile, ma quando ho iniziato a crescere, il resto del mondo ha voluto dirmi che mi sbagliavo.

Sono germogliata tra aspre ambivalenze. Sentivo le note del pianoforte e poi il rumore della sega elettrica. Il profumo dei colori da pittura si mescolava a quello della vernice per il legno. Il nonno suonava quando era triste e così tornava a essere felice. La nonna cantava piangendo. Il loro amore tormentato era bello perché vero. Alimentava fantasie di afflizione romantica e io allevavo quei pensieri di malinconia che sarebbero durati a lungo, diventando poi scrittura.

A un certo punto i miei genitori si sono riuniti, trasferendosi sotto lo stesso tetto. Quello della nonna paterna, Lidia. Hanno iniziato a lavorare e io sono diventata una bambina sola e taciturna, dentro una casa grande e, secondo la nonna, infestata dai fantasmi. Lì ho conosciuto un raccoglimento senza musica, ma anche il contatto con la natura e tutta la bellezza delle cose che non fanno rumore. Nonna Lidia mi ha insegnato a guardare senza usare gli occhi e anche questo è stato un nuovo passo verso quella strana forza che chiamiamo “immaginazione“.

A quattordici anni, contro il volere degli insegnanti che mi volevano al Classico, mi sono iscritta al liceo artistico che consideravo più liberale. Ho iniziato a portare i capelli lunghissimi e tinti di nero corvino. Sulle labbra un rossetto bordò scuro. Avevo abolito i colori sui vestiti. Non dimenticherò mai il giorno in cui incrociai in paese un mio vecchio professore delle medie che, scrutandomi da capo a piedi, mi disse sardonico: «si vede proprio che fai l’artistico» e se ne andò scuotendo la testa. Come se l’arte fosse una macchia scura che ti resta addosso, qualcosa per cui provare biasimo o imbarazzo.

Da dove vengo io, l’arte e l’impegno intellettuale dovevano essere considerati alla stregua di passatempi, un siero lenitivo per i dolori dello spirito, imprigionato in un corpo consacrato alla fatica, quella essenziale, onesta, la fatica che genera i calli sulle mani, dedite a costruire le cose che servono davvero. E forse è giusto sia questa, l’essenza degli anni acerbi. Quelli in cui inizi a combattere per ciò in cui credi e si innesca in te un conflitto interno, tra ciò che senti essere giusto e quello che da te si aspettano gli altri. È in quello spazio conteso che si genera il desiderio più energico. Ciò che è destinato a consumarti.

Sono stati anni difficili ma necessari per me. Non li baratterei con nessun altro passato perché mi hanno insegnato a bramare ciò che mi era proibito e ogni sentimento che cerchi di sopprimere diventa più forte. Funziona così. Bisogna imparare a combattere per ciò che ami, ed è un po’ come se in tal modo l’amore ti stesse mettendo alla prova, forse vuole solo vedere se lo meriti davvero.

È così che la scrittura è diventata la mia trasgressione preferita: ho iniziato ad agire in segreto. Scrivevo diari, racconti, poesie. Studiavo violino. Organizzavo scioperi e altri disordini a scuola, nella più pericolosa deriva artistica che è l’idealismo. In verità ero solo una fragile adolescente che piangeva di nascosto. Un’infiltrata nella società laboriosa e perfetta. Una di quelle persone che accusano i poeti di rallentare il mondo, ma poi sono le prime a morire, se togli loro quel tipo di ossigeno fatto di parole e visioni.

E infine sono stata scoperta. Smascherata da mio padre, l’uomo più razionale, intelligente e forte che conoscevo. Non ci parlavamo mai. Avevo combinato qualche guaio di troppo ed ero una testa calda, a scuola, così lui e io non andavamo più d’accordo. Ne soffrivo moltissimo, ma senza darlo a vedere. E poi lui ha trovato quello che scrivevo e ha iniziato a leggere. Tutto ciò che mi viaggiava clandestinamente dentro, la mia narrazione interiore, una realtà travestita da racconto. Da quel momento il suo sguardo è cambiato, cancellando la delusione per lasciare spazio all’affetto.

Quell’episodio è stato determinante. La mia scrittura era riuscita dove io avevo fallito, era più forte di me. La parte migliore, forse la più pura. Mi aveva fatto amare di nuovo da mio padre e se era riuscita in questo, poteva tutto.

Da allora, nonostante alcuni anni di perdizione, non ho mai smesso di scrivere. E oggi so che l’arte lo trova sempre un modo per salvarti.

La scrittrice Ilaria De Togni

Prima di dedicarti completamente all’attività di scrittrice, sei stata direttore della comunicazione di una nota società di organizzazione di grandi eventi nel nord Italia. Mi parleresti di questa tua esperienza professionale? Di ciò che ti ha donato, di come ti abbia fatto crescere, ma anche di cosa ti ha chiesto in cambio; insomma, luci e ombre di questo tuo percorso.

I lunghi anni della perdizione di cui sopra, David.

Sono ironica, perché in realtà non me ne pento affatto. Sono stati l’equivalente di una palestra esistenziale. Anni difficilissimi ma anche formativi. Mi hanno permesso di padroneggiare l’agilità manageriale necessaria a trasformare l’attività di scrittrice da passione in lavoro. Anche se in Italia, purtroppo, questo tipo di scrittura (Novelist), non è ancora considerata un vero lavoro, benché richieda capacità concrete, molte energie, tempo e preparazione professionale per farlo.

Quegli anni mi hanno insegnato l’importanza della rapidità esecutiva e di pensiero, il rispetto dei tempi a ogni costo – per quanto apparentemente impossibili – a prendere decisioni in modo rapido e corretto, l’abilità a operare in squadra. Mi hanno allenato alla diplomazia e forse anche alla sopportazione. A comunicare in modi diversi in base al tipo di pubblico. È anche grazie a questa esperienza che oggi posso scrivere generi letterari fra loro differenti e lavorare a un progetto che richieda la collaborazione di molte persone. Per esempio se scrivi una sceneggiatura hai il confronto con altri autori, il regista, la produzione ecc.; e tutto dev’essere fluido e proficuo, oltre che veloce.

Quegli anni mi hanno insegnato anche a sopportare lo stress mentale senza mai perdere di vista l’obiettivo, a restare concentrata nonostante il frastuono di un openspace, mail e telefonate, continue distrazioni. Infatti oggi riesco a scrivere ovunque. Mentre sono in treno, in una caffetteria affollata, in aeroporto e nei parchi. Ma il mondo del Live ti chiede tutto e chi ci lavora lo sa bene. Io per molti anni l’ho fatto: ho dato tutto. Finivo di lavorare alle nove/dieci di sera. Scrivevo di notte, nei brevi ritagli della pausa pranzo, quando mi era possibile farla. Infine, questa pulsione si era fatta insopportabile e ho capito che dovevo cedervi totalmente. Non lo so che cosa mi sarebbe successo se non l’avessi fatto, forse sarei impazzita. Il coraggio definitivo me lo ha dato il primo Lockdown, quando arene e teatri hanno chiuso e l’azienda alla quale avevo dedicato molti anni della mia vita è letteralmente sparita da un giorno all’altro. Presa dalla disperazione, mi sono rifugiata nella scrittura e ho ricominciato a lavorare a qualcosa sulla quale stavo ragionando da tempo, l’abbozzo di quello che oggi è L’armonia delle cose imperfette. E quando la ruota del mondo ha ricominciato a girare, il romanzo era finito. Il Live, ripartito. Ma io non ero più disposta a tornare indietro.

Come sei arrivata alla pubblicazione del tuo primo libro? Se non ricordo male un fantasy: Il sogno di Keribe.

Il Sogno di Keribe è stato scritto mentre lavoravo come direttore creativo, quindi di notte e nei ritagli di tempo, sacrificando sempre qualcosa di importante per ogni singola pagina. È emblema della mia ossessione per la scrittura e infatti lì dentro ci sono le mie brevi vacanze, i rari week end, le ore di sonno perse. Ho sacrificato ogni minuto libero per lui. Il romanzo è nato dalla mia passione per la simbologia archetipica dell’inconscio, unita ai sogni ricorrenti che facevo su quello strano mondo: Keribe, appunto, dove ho ambientato la vicenda. Dopo aver ultimato la prima stesura, ho contattato uno scrittore padovano già molto affermato e che stimavo. Avevo letto quasi tutti i suoi libri. Volevo un suo parere. Insperabilmente lui lo ha letto subito e ha deciso di presentarmi a un piccolo editore di sua conoscenza che l’ha trovato buono per pubblicarlo. Lo scrittore ha inoltre voluto essere il mio editor e così ho avuto il piacere di lavorare con lui sul testo, nonostante i tempi strettissimi che aveva imposto la casa editrice. Una bella esperienza che non ho mai dimenticato.  

In seguito, sono arrivati due romanzi importanti: La luna del mattino e L’armonia delle cose imperfette. Opere che hanno messo in luce le tue capacità di scrittrice ecclettica, in grado di approcciarsi con successo a vari generi letterari. Ma soprattutto hanno evidenziato l’humus esistenziale a cui puoi attingere nella stesura delle tue storie. In particolare, in riferimento a L’armonia delle cose imperfette, hai dichiarato che questo libro è stato allo stesso tempo la cosa più bella e difficile che hai fatto nella vita. Ti andrebbe di parlarmene?

Mia madre è sempre stata una donna di grande bellezza e profondità. Un’artista di talento. Ed è anche dotata di quella sensibilità che talvolta porta le persone a “cadere” durante i forti sismi della vita. Una di queste volte è stata peggiore delle altre. Non posso raccontare i dettagli, ma posso dire di aver visto tutti i suoi frammenti. Era andata in mille pezzi. Non puoi immaginare il dolore che ho provato, era come averla persa. Per alcuni mesi non mi è stato possibile parlare con lei. Allora mi sono chiesta che cosa sarebbe successo se lei fosse morta davvero e ho iniziato a scrivere, a ripercorrere la storia del mio cuore spossato, l’antica sorgente del mio dolore. L’idea del romanzo è partita da questo. Dall’immenso amore che provo per lei, dall’infinita tenerezza che nutro per la sua incantevole, pericolosa fragilità. È un inno alla sua dolcezza, un tributo letterario a lei e a tutte le donne come lei. Alle donne che amano troppo, che qualche volta non riescono a rialzarsi dopo una brutta caduta. Le donne che aspettano troppo a lungo che qualcosa cambi, che qualcuno ritorni.

Scrivere questo romanzo è stato come maneggiare i miei sentimenti con dita tremanti e attente. Ho avuto paura di romperli, di far loro del male. E quando è iniziato il primo lockdown e fuori stava finendo il mondo, e io mi trovavo stremata da una brutta delusione e rinchiusa in una mansarda con le finestre solo sul soffitto, senza nessuno con cui parlare e un certo torpore esistenziale, mi sono immersa in questa storia con tutta me stessa. Ho cercato un senso a ogni cosa. Al dolore che si prova per amore, al valore del perdono. Alla bellezza delle cose perdute e a tutto quello che resta.

La scrittrice Ilaria De Togni

Sei appassionata di filosofia, psicologia e mitologia nordica, ma soprattutto pratichi lo yoga integrale. Sembra quasi che tu sia una ricercatrice di verità, del senso profondo dell’esistenza…, della natura delle cose; una scrittrice impegnata in viaggio interiore verso orizzonti lontani e sconosciuti per svelarli in modo accessibile, emozionante, accattivante ai tuoi lettori. Quanto incidono questi interessi nel tuo lavoro di autrice?

Io credo non esista una distinzione tra quello che fai e ciò che sei, quando scrivi. Esistono professioni per le quali la natura del tuo operato coincide con la stessa materia del tuo essere e la scrittura è una di queste. Scrivere è un modo diverso di esistere. Una vocazione alla verità. E io cerco la verità da sempre, con l’ossessione di un asceta, attraverso molti mezzi. Indago l’essenza misteriosa delle cose per poterle osservare da vicino, ricrearle su carta e comprenderle. Meditare è un po’ come scrivere. Se racconto una realtà la comprendo, e se comprendo il mio dolore lo dissolvo e forse posso aiutare altre persone a dissolvere il loro. Io penso sia a questo che serve l’arte. È un mettersi al servizio degli altri, trasferire tutto ciò che hai capito e far sì che sia d’aiuto agli altri. Tutto quello che io imparo, dalla vita, lo metto nelle mie storie. Credo che il lavoro dello scrittore sia proprio questo. Una migrazione della propria anima su un supporto emotivo, un romanzo per esempio, per poterla affidare al mondo.

Si crede che l’anima esista a prescindere. Io penso che l’anima si crei con il tempo, le esperienze, l’amore, superando le dure prove della vita; e che sia piccola o immensamente vasta dipende da noi. Scrivere è fare ordine nella propria anima e in questo, ogni meditazione, specialmente quella della musica che ha rappresentato la mia prima formazione, è la migliore disciplina per lo spirito più inquieto. È la ricerca di quell’armonia che permea tutte le cose e di cui parlo nel mio ultimo romanzo.

Ci puoi svelare qualcosa a riguardo dei tuoi progetti futuri?

Ho imparato a essere molto riservata sulle cose alle quali sto lavorando. Forse perché so che tutto ciò che è segreto diventa più vivo, dentro di noi, e inizia a fremere per uscire allo scoperto fino a quando non puoi più trattenerlo, come un fuoco. L’unica cosa che posso dire è che due di queste storie saranno pubblicate con pseudonimi letterari. Mi firmerò con un altro nome, in pratica. Il motivo? Essere qualcun altro, magari un personaggio di tua invenzione, è un’esperienza che mi affascina enormemente. Voglio vedere se, senza il vincolo del nome e il peso dell’identità, la scrittura può correre sfrenata e completamente libera.

Ilaria, nella speranza di vederti presto a Grosseto per una presentazione del tuo ultimo libro, ti ringrazio di cuore per la disponibilità a questa intervista. 

L’armonia delle cose imperfette

Immagine di copertina

Sinossi

Agata scopre che sua madre si è tolta la vita dopo aver ascoltato una musica per pianoforte. Questo
evento la spinge a cercare l’autore di quella melodia, suo padre, andato via di casa quando era bambina.
La sua strada incrocerà quella di Antonio Faustini, un misterioso pianista che inizia a esercitare su di lei
un’oscura fascinazione, finché non ne affiorano le ragioni nascoste e i segreti che cambieranno ogni cosa,
anche tutto quello che Agata credeva di sapere sui suoi genitori.

Verità o menzogna, amore o illusione?

L’armonia delle cose imperfette è la vicenda di un «amore irrisolto» che trova il modo di ripetersi
attraverso due generazioni, passando di madre in figlia come un lascito emotivo e del lungo viaggio che
si deve compiere per scoprire la verità: unica liberazione possibile dal proprio «karma famigliare».
Un mosaico capovolgente in cui le identità dei protagonisti si riflettono una sull’altra nel percorrere uno
stesso cammino di sopravvivenza al dolore dell’abbandono e in cui la logica di azione è dettata
unicamente dal tempo. Perché il tempo lavora sempre sugli ingranaggi della vita, proprio come la musica
di questa storia.

Estratto

A fine ottobre il caldo risaliva dalla terra e io ho pensato che fossi tu a trattenere l’estate, portandoti via la nebbia, il ghiaccio e la pioggia. Tutte le stagioni che non avresti più visto.

La nonna mi camminava davanti, fasciata in un abito nero a tubino. Da dietro sembrava una ragazzina, fiera del suo metro e quarantanove di altezza. Gli occhiali da sole sul volto pallido. Li ha tolti per salutare Marco, il tuo pseudo fidanzato che mi ha detto: – Hai il suo stesso colore – toccandomi i capelli.

Anche per papà eravamo state soltanto questo, io e te: un colore stupefacente. Rosso sangue sui nostri identici capelli che imbiondivano col sole. Un colore e anche un rumore, da dimenticare, come quello dei tuoi passi nudi sulle scale di legno, nella nostra vecchia casa in mezzo al bosco.

Da undici anni non ci tornavo, e adesso stavo per farlo, sei contenta? Ci sono ancora i campanelli di papà appesi ai rami degli alberi?

Ripetere al pianoforte la loro musica quando erano mossi dal vento. E’ così che aveva creduto di poterci insegnare l’amore.

– Dobbiamo parlare – ho detto al tuo fidanzato.

– Non adesso, Agata – ha risposto lui, scocciato.

Ti stavano calando nella fossa, la bara chiara e lucida. Era in arrivo altra gente. Non una grande folla, devo dirti. Una tua ex compagna di classe del liceo è trasalita, vedendomi da lontano, avendomi di certo scambiata per te. Il tuo fantasma, mamma.

Lo sono sempre stata.

Il panettiere del paese mi ha abbracciata chiamandomi con il tuo nome. Sono rimasta immobile ad aspettare che fosse sazio del tuo odore, intrappolato nel mio, e poi è arrivato Federico, il mio amico di infanzia. Mi ha strappato da quella stretta soffocante, dall’ennesimo addio che spettava soltanto a te.

Ci siamo guardati senza dire niente, pensando di scappare come da bambini e nasconderci tra gli alberi. Ma ti stavano ricoprendo di terra e non potevamo più farlo. Fuggire da tutto e soprattutto da te.

Lui veniva a suonare il violoncello nel bosco, non te l’ho mai detto. Avevi bandito la musica dalla nostra vita quando papà se ne era andato, ma noi trasgredivamo spesso alla tua regola.

Soltanto in casa la rispettavamo, camminando scalzi e in punta dei piedi, le porte bloccate per non farle sbattere nel vento. Quella della stanza con il pianoforte di papà era chiusa a chiave. Da piccola pensavo che dentro ci fossero i fantasmi.

Federico e io adesso la rispettavamo, la tua regola del silenzio, guardando il tuo piccolo rettangolo di mondo senza erba, i visi dei presenti e poi di nuovo la terra. Due vanghe si abbattevano una dopo l’altra per riempire la buca. I suoi occhi riflettevano la scena, il cielo piatto, il grigio delle vanghe. Mio padre non si trovava da nessuna parte.

Non c’era da quando avevo sette anni e nemmeno adesso, che non riuscivo più a parlare, come quando lui se ne era andato senza dire niente, portandosi via tutto il rumore del mondo.

E poi Federico si è chiesto ad alta voce quanto, quei lenti uomini che ti stavano ricoprendo di terra, avrebbero impiegato a costruire una casa e mi ha fatto ridere. Con la risata ha fatto irruzione la vita, nel lutto e nella mia stanchezza, come d’altra parte stava facendo anche il vento, che ha scacciato via un po’ di quella ostinata estate dall’aria…

Dettagli libro

Titolo L’armonia delle cose imperfette
AutriceIlaria De Togni
EditorePriuli & Verlucca
GenereNarrativa
FormatoLibro
Pagine192
PubblicazioneAprile 2022
Prezzo14,50 euro
Link di acquisto
https://www.mondadoristore.it/armonia-delle-cose-imperfette-Ilaria-De-Togni/eai979125468003/

Cenni biografici autrice

La scrittrice Ilaria De Togni

Padovana, fin da giovanissima, Ilaria De Togni si interessa di letteratura, arte e simbologia, mito e psicologia. Cresce ascoltando la musica suonata dal nonno pianista e studia violino. Legge romanzi pulp e saggi di filosofia, psicologia e mitologia nordica. Dopo gli studi d’Arte, si forma in Comunicazione e collabora come autrice, art director, storyteller, editor e copywriter con le maggiori produzioni nazionali
dell’intrattenimento, specializzandosi in direzione creativa per la musica dal vivo e il teatro. Dal 2021 si
occupa di sceneggiatura, sviluppando progetti cinematografici e seriali.

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