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Maratea: graffito di bellezza mediterranea.

La costa di Mratea vista dalla statua del Cristo Redentore

La strada che da Sapri porta a Maratea si snoda come un anaconda. Ci afferra, facendoci preda delle sue curve a gomito a dirimpetto sul mare. Al di là del guard rail: inquietanti, ma allo stesso tempo affascinanti, scarpate sassose. Non sono alla guida. Riesco a godermi lo spettacolo che mi dona il mare: blu scuro con riflessi opale. Il contrasto è forte con le colline brulle e sfaccettate che si proiettano aggressive sulle acque, mostrando qua e là rocce dalle sfumature giallo ocra.

La costa lucana di Maratea, che si estende per circa 30 km prima del territorio calabro, non ha nulla da invidiare a quella amalfitana. Anche se a un primo colpo d’occhio la può richiamare, risulta diversa: forse più aspra, graffiante, selvaggia.

Dopo l’ennesima discesa a strapiombo, compare un cartello con su scritto “MARATEA”. La cittadina fa capolino tra vette di formazione calcarea dolomitica, fra cui la più elevata raggiunge i 1505 m. Ma il monte che noto subito, quasi a sua difesa, è il Monte San Biagio. Nonostante la modesta altitudine di 623 metri, rapisce lo sguardo: spavaldo, imponente.

Percorso l’ultimo tornante entriamo nel paese, che fin dalle prime abitazioni si presenta curato e accogliente. Parcheggiamo la macchina a fianco del centro storico. Le stradine brulicano di turisti nel loro colorato abbigliamento estivo. Un’improvvisa brezza fa svolazzare il vestito leggero di una ragazza; scuote ombrelloni di locali; porta profumi di Mediterraneo.

Archi, portali, palazzi settecenteschi ci catapultano in una dimensione di bellezza in cui il tempo sembra liquefarsi. A ogni svolta appare improvvisa una chiesa. Piccole gemme di valore architettonico. Non per niente Maratea è denominata la città delle 44 chiese. Su, giù, per vicoli che si arrampicano e discendono lo sperone di roccia su cui è sospesa Maratea tra il mare e il Monte San Biagio.

Maratea: vicoli

E’ l’ora dell’aperitivo. Ci dirigiamo verso Piazza Buraglia, baricentro del centro storico. Luogo di aggregazione di residenti e turisti. Facile coglierne il motivo: elegante, curata, delimitata da graziose antiche palazzine dai colori pastello. Qui si trovano bar, ristoranti con tavolini all’aperto. Ci sediamo. Ci suggeriscono un cocktail. Ci dicono che è stato considerato il più buono d’Italia a chilometri zero. Quindi tutto lucano. Chiediamo cosa ci sia dentro: Amaro Lucano Anniversario in infusione con rosmarino e rosa, Gentlemate Brandy scuro con pere di Roccanova in macerazione, liquore al finocchietto di mare di Maratea, sciroppo di miele agli agrumi di Ripacandida e Tintura Jeffersn Bitter extra strong prodotta tra Basilicata e Calabria, a chiudere un velluto di chinino. In verità ci sembra un tantino forte, ma ci richiama suggestioni esotico – mediterranee. Non resistiamo. E non ce ne pentiamo.

Maratea: Piazza Buraglia

Con qualche vertigine ci alziamo e andiamo a cercare un locale tipico per mangiare. Vogliamo trovare qualcosa di nascosto, lontano dalle vie principali percorse dai turisti. Dobbiamo camminare un po’ in salita, ma alla fine…

Alcuni scalini da scendere portano in una piccola stanza con tavolini e sedie di legno. Ambiente spartano, rustico. Un uomo dalla carnagione olivastra viene a prendere l’ordine. Capelli ricci e tratti tipicamente mediterranei contrastano con occhi turchesi. Optiamo per un piatto essenziale: salumi, formaggi, sottoli locali. Entriamo in confidenza col proprietario che ci porta una fiaschetta di vino rosso prodotto da lui stesso con l’uva della sua vigna. La tiene nascosta nelle mani dietro la schiena prima di posarla sul tavolo con reverenza, quasi fosse un coniglio che uscisse per magia dal cilindro di un mago. A fine pasto ci serve il caffè fatto con la moca e si siede con noi.

Parliamo di Maratea, della Basilicata, delle tradizioni, della situazione economica. Il discorso cade sull’estrazione di petrolio in Lucania. Tratta l’argomento con molta lucidità. L’olio nero non fa bene alla sua terra, ma porta lavoro e trattiene parte dei giovani che sarebbero tentati di partire alla ricerca di un futuro. Sicuramente se le royalty sull’estrazione fossero giuste, le risorse potrebbero essere usate dai comuni per la cura dei borghi, la creazione di servizi e per incentivare la nascita di piccole imprese locali.

Prima di salutarci ci vuole mostrare qualcosa di speciale. Usciti sulla via, apre una porta di legno accanto alla locanda. Una piccola scalinata porta in basso. In una stanza sono stivate provviste. La temperatura scende velocemente. Ci sono circa 18 gradi. Ci spiega che Maratea sorge su un blocco di roccia arenaria bucato come un groviera. Molte abitazioni hanno cantine, ma più spesso vere e proprie grotte dove in passato si conservavano cibi. Sembra che alcune siano collegate direttamente al mare. Leggenda o verità? Lui ne è convinto. Anzi, afferma che d’inverno, quando il mare è in tempesta scosso da un implacabile vento di Scirocco, vi si possa sentire il suo respiro. Soffi di aria calda salgono dal profondo al ritmo delle onde che si infrangono sulle scogliere.

Siamo di nuovo sulla via principale per raggiungere la macchina. Negozi di ceramica la tinteggiano con i colori sgargianti dei loro manufatti. Ci sono anche molte pasticcerie artigianali. Ci lasciamo tentare. Ne scegliamo una attratti dal nome: Pasticceria Panza. Probabile spia delle bontà che vengono confezionate in quel laboratorio. Rimaniamo in meditazione davanti alla vetrina colma di dolci tipici: Bocconotti farciti con confettura all’amarena, Mostaccioli, Zeppole. Dura tenere a freno la gola. Mi faccio forza e prendo solo due Bocconotti. Squisiti!

Ingresso della pasticceria artigianale “Panza”

La macchina arranca in salita. Tornanti. Mi immagino a percorrere questa strada sulla mia bicicletta da corsa.

<<Ci sarebbe da divertirsi!>>.

Stiamo salendo sul monte San Biagio dove sorge il Cristo Redentore. Il più alto al mondo dopo quello di Rio de Janeiro. La statua, realizzata con un particolare impasto di cemento misto a scaglie di marmo di Carrara, è alta 21,13 metri.

Più saliamo, più l’orizzonte del mare si dilata. Sembra di essere su un aliante. Sospesi nell’aria. Il promontorio è a picco sul porto di Maratea. Suggestione, meraviglia. Nonostante ci sia sulla cima un parcheggio, decidiamo di lasciare la macchina lungo la strada. Vogliamo percorrere un tratto del cammino di San Biagio, il santo che dà il nome al monte.

La leggenda vuole che nel 732 d.C. una nave, che trasportava le sue reliquie, fu costretta ad attraccare nell’isolotto di Santojanni a causa di una tempesta. Una volta passata la burrasca, non ci fu modo di far riprendere all’imbarcazione il largo. I devoti elaborarono il fatto come un segnale di dover custodire lì i resti mortali del santo. Quindi li portarono dallo scoglio alla vetta di quello che prima si chiamava il monte di Minerva dove sorgeva il castello di Maratea. Ormai solo ruderi, dopo la distruzione provocata dall’assalto dei soldati francesi del 1806.

Il Cristo Redentore ci accoglie con le sue braccia aperte. Mi sento piccolo. Il cielo mi sovrasta immane. Pare sorretto dai palmi di quel Dio – uomo rivolti verso l’alto. Vertigine. Dove sono? I piedi posano sulla roccia, ma l’anima? E’ spazzata via dalla brezza. Risucchiata in un’essenza di bellezza che fluttua sulla quotidianità dell’uomo che si estende al di sotto.

Il Cristo Redentore

Mi soffermo sul volto del Redentore. Non misericordioso. Non sofferente. Non preoccupato. E’ soddisfatto. Pare guardare la bellezza che lo circonda e percepire la potenza artistica della Creazione. L’irrefrenabile forza generatrice. Mi accorgo che stranamente non è rivolto verso il mare, ma verso l’interno. Mi giro. La Lucania si estende. Magnificenza graffiante di cime e di silenzi. Una sinfonia di roccia e boschi. Il Redentore non punta verso il mare. Verso l’infinito che conosce bene. No! Come lui vuole abbracciare quella terra. Come lui, con le onde, esprime il suo moto verso quella solida bellezza.

Vista dell’entroterra lucano dalla statua del Cristo Redentore

Terminiamo la nostra giornata a Maratea con un bagno al tramonto alla Spiaggia Nera. L’acqua è verde, subito profonda. Calda, ci accoglie come un utero. Emozioni non filtrate, primitive, che solo una terra ancora non doma e corrotta può donare.

Maratea: la Spiaggia Nera

Libro suggerito da mettere in valigia

Immagine di copertina

Sinossi

«La peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della nostra storia di fronte al mondo che vive nella storia. Naturalmente questa è una definizione esterna, è, diciamo, la situazione di partenza dell’opera di Carlo Levi: il protagonista di Cristo si è fermato a Eboli è un uomo impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore di un Sud stregonesco, magico, e vede che quelle che erano per lui le ragioni in gioco qui non valgono piú, sono in gioco altre ragioni, altre opposizioni nello stesso tempo piú complesse e piú elementari».

Italo Calvino

Dettagli libro

TitoloCristo si è fermato a Eboli
AutoreCarlo Levi
EditoreEinaudi
GenereNarrativa
FormatoLibro
Pagine280
PubblicazioneGennaio 2014
Prezzo11,40 euro
Link di acquisto
https://www.amazon.it/Cristo-fermato-Eboli-Carlo-Levi/dp/8806219340/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=