Passaggio in Sabina: sulle orme di David Lazzaretti a Montorio Romano.

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Ruderi del convento di Sant’Angelo

Una gita non programmata, quella che vi racconterò. Una visita a luoghi suggestivi fuori dalle mappe del turismo di massa.

In questo periodo sto raccogliendo quante più informazioni possibili su David Lazzaretti, da molti definito il Profeta dell’Amiata. Un personaggio singolare sul quale si è scritto molto. Da alcuni considerato santo, da altri un pazzo, da altri ancora un millantatore imbroglione. Ma non è finita qui! In lui, taluni hanno anche visto un anarchico divulgatore di idee socialiste. Fatto sta che negli ultimi 150 anni si sono dedicati a lui filosofi, letterati, politici del calibro di Antonio Gramsci, Gabriele D’Annunzio, Guy de Maupassant, Giacomo Barzellotti, Cesare Lombroso…

Pochi giorni fa, sono venuto a conoscenza che David, dopo essere stato ricevuto da Papa Pio IX nel settembre 1868, si ritirò in eremitaggio in una grotta della Sabina, presso Montorio Romano. Da lì a decidere di andare a visitarla fu un tutt’uno. Solo un piccolo particolare! Nelle mie ricerche non ero riuscito a risalire a precise indicazioni di dove si trovasse. Si parlava solamente che sorgeva presso l’antico convento in rovina di Sant’Angelo.

Chiamo mio padre:

<<Ti ricordi di quel progetto di scrivere su David Lazzaretti?>>

<<Sì, certo.>>

<<Ti va di accompagnarmi in Sabina, alla grotta in cui si fece murare per 47 giorni?>>

<<Dove?>>

<<Vicino Roma…>>

Premettendo che mio padre compie il prossimo 21 giugno ottant’anni, accettò senza riserve e senza altre spiegazioni. Probabilmente sarà stata la reazione al lock down per Corona virus. Altro piccolo inciso, io ero stato da poco operato al ginocchio destro che era ancora gonfio come un limone amalfitano e lui imbottito, sempre alle ginocchia, di infiltrazioni a base di acido ialuronico e cortisone. Mah…

Il giorno dopo arrivo sotto casa sua alle 7 e 35 con 5 minuti di ritardo. Da lontano lo posso osservare guardare insistentemente l’orologio. Per lui anche i secondi fanno la differenza. E’ un discorso di principio. Un modo d’intendere la vita. Tuttavia nel vedermi rimane quasi sorpreso. Salendo in macchina…

<<Stiamo migliorando>>.

Ridemmo.

<<La conosci la strada?>>

<<Babbo, non ti preoccupare>>, gli rispondo accendendo Google Maps e digitando Montorio Romano.

<<Andiamo bene>>.

Il viaggio è piacevole. L’Aurelia collega Grosseto a Roma dritta come uno sparo. Sulla destra svilano i verdi Monti dell’Uccellina, il golfo di Talamone, la laguna di Orbetello, l’Argentario. E poi ancora Civitavecchia con il suo mare e le navi ormeggiate a largo del porto, la turrita Tarquinia. Durante il tragitto racconto a mio padre delle notizie raccolte su David. Ascolta con occhi vivi, interessati.

<<Che idea ti sei fatta su di lui?>>

<<Sinceramente, non saprei, Sicuramente un personaggio stravagante, misterioso>>.

<<Santo o pazzo?>>

<<Cerco l’uomo e le sue ragioni, non una categoria dove rinchiuderlo>>.

<<Bene figliolo. Sei sulla buona strada>>.

Prendo l’uscita Torrimpietra. Ora stiamo andando nell’interno, verso i monti che da lontano paiono azzurri. Dopo mezzora imbocchiamo un bivio sulla destra. La strada comincia a salire. I campi lasciano il posto a uliveti. Ora ci circondano alti colli ricchi di boschi dalla cui cima fanno capolino paesi e castelli. Il verde risplende, reso baldanzoso dalle recenti piogge e dalle temperature miti.

<<Allora, dove si trova questa grotta?>>

<<Babbo, a dir la verità non lo so>>.

Silenzio. Tutto rimane sospeso. Alza gli occhi al cielo. Poi, girando lo sguardo sulla destra, legge un cartello con su scritto Convento di Santa Maria delle Grazie.

<<Fermiamoci qui, magari qualcuno ci darà delle indicazioni>>.

Non so se a ispirarlo sia stata una razionale analisi della situazione o la sopravvenuta esigenza di chiedere una grazia. Non voglio approfondire.

Un muro di cinta circonda un vastissimo parco. Il silenzio è denso, profondo, ricamato saltuariamente dal canto degli uccelli. Il viale di ghiaia che taglia il prato è immerso in una fulgida luce. L’etere è intriso di una presenza immane e allo stesso tempo evanescente. Il santuario fu fatto costruire dagli Orsini nel 1478 e fu donato al beato Amedeo Menezes de Silva: un francescano che si era fatto interprete di una riforma basata sulla rigidità della regola. Amedeo dava molta importanza all’eremitaggio. Ancora oggi si può visitare il suo romitorio. Inoltre nella via Crucis, ricavata all’esterno, si esercitava San Leonardo con la croce sulle spalle. Le 14 stazioni sono identificate con altrettante nicchie in cui si possono ammirare le maioliche di Deruta dipinte dallo scultore Lorenzo Ferri in una estetica drammatica.

Convento di Santa Maria delle Grazie

Entriamo nella chiesa. Una donna, sola, adorante il Santissimo. Penso:

<<Cosa chiederà?>>

Mi rispondo:

<<Forse chiede di non chiedere più. Di accettare>>.

Babbo si inginocchia. Esco fuori ad aspettarlo.

Successivamente vengo a sapere che al Lazzaretti, giunto a Montorio Romano alla ricerca di un convento dove ritirarsi in eremitaggio, lo informarono che Santa Maria delle Grazie era quello più vicino. Quindi David era passato e aveva sostato dove ci trovavamo noi. Strana coincidenza! Tuttavia quel luogo non corrispondeva a quello che gli si era palesato in una visione. Certo, aveva ospitato santi che, al pari di lui, avevano compreso come la penitenza, il culto mariano e l’isolamento a stretto contatto con la natura rappresentassero potenti strumenti capaci di portare alla scoperta della vera essenza umana e alla comunione con un tutto in cui si sostanzia il significato dell’esistenza… ma il posto non era quello. Forse troppo gentile, confortevole per un montanaro abituato alle pietre del Monte Labbro.

<<David era così…, sempre grande, al limite in ogni sua impresa>>.

Lì, venne a conoscenza che a 4 chilometri dal paese, in mezzo ai monti, si trovava un vecchio convento diroccato, dove c’era una grotta. E pensate un po’! Era proprio l’impervio luogo dove si era ritirato in solitudine Amedeo Menezes de Silva prima della Costruzione di Santa Maria delle Grazie. Credo che il Lazzaretti abbia pensato:

<<Però, mica male questo Amedeo. Lo avevo sottovalutato!>>

Era entusiasta. Sicuro che quell’antro facesse al caso suo, partì il pomeriggio stesso per raggiungerlo. Tuttavia, sorgendo in una zona inaccessibile, lo colse la notte e dovette dormire appoggiato a un grosso masso in mezzo ai boschi.

<<Lui era così! Un cuore da garibaldino in un saio da monaco>>.

La mattina, quando si svegliò, i ruderi erano davanti ai suoi occhi.

Babbo esce dalla chiesa sereno. Mi guarda con aria interrogativa. Non c’è bisogno di parlare. Capisce. Nel frattempo avevo incontrato qualcuno che mi aveva dato informazioni. Camminiamo a passi lenti verso la macchina attraverso il prato cosparso di prataioli. Respiriamo a pieni polmoni l’aria che sa di ciliege, di miele, di resina di cipressi.

La salita ora è vera. Il motore sforza. Stiamo raggiungendo un borgo che si affaccia dalla cima di un irto colle. Un segnale indica pendenza oltre il 10 per cento. Mi immagino ritto sui pedali della mia bici da corsa in quei tornanti.

<<So quello che stai pensando>>.

<<Già, peccato che non ho la mia Fuji. Sarebbe fantastico pedalare qui>>.

Sorrido facendogli l’occhiolino.

Nei campi adiacenti la strada, uomini canuti si prendono cura della terra. Lenti. La ingentiliscono, la educano a portare frutti. Tutto sembra sospeso. Fuori dal tempo. Prima dell’ingresso del paese, imbocco una stradina sterrata sulla sinistra con un cartello che riporta: Sorgenti delle Capore. La via si inoltra all’interno di una valle disegnata da alti monti ricoperti da fitti boschi di quercie, cerri e castagni. Due colori. Sopra, l’azzurro dell’immane cielo; intorno a noi, come un mare, il verde.

<<Sicuro che siamo giusti?>>

<<No>>.

<<Perfetto>>.

<<Il tipo mi ha detto che prima del centro abitato dovevo prendere una stradina sterrata sulla sinistra. Questa mi avrebbe portato a una fonte. Dove ci sono le sorgenti, di solito ci sono anche le fonti, no?>>

<<Ah beh, se è così…>>

La vista di una croce di legno, ai margini dello sterrato, con intrecciato un rosario lo rincuora. Procediamo sempre più all’interno della valle. Passato un ponte su un ruscello, si apre un prato con una grande fonte e alzando gli occhi scorgiamo delle rovine. Siamo arrivati!

Tocchiamo lo zampillo d’acqua fresca e limpida. Immergiamo le mani nella grande vasca di raccolta. Ci bagniamo il viso e la testa. Gesti e sguardi, più che parole. Babbo si avvicina a un piccolo arbusto, ne stacca una forcella a forma di Y. Ricordo. Ero bambino quando si metteva a cercare l’acqua per gioco. Ancora insieme, ancora con la voglia di divertirci, dopo tanti anni. Lo vedo camminare con la bacchetta che comincia a girare tra le sue mani.

<<Sente l’acqua!>>

<<Vorrei vedere, siamo sopra una sorgente che disseta i comuni della bassa Sabina e dell’agro romano orientale. Da qui parte uno dei più grandi acquedotti del mondo a trasportare soltanto acqua di sorgente>>, replico bonariamente burlesco.

<< E a te chi l’ha detto?>>

<< Quel cartello dietro le tue spalle>>.

<<Ah sì? Poteva anche non funzionare…>>.

Sorridiamo.

Sentiero che porta ai ruderi del convento di Sant’Angelo

Il sentiero sale ripido tra alberi che ci avvolgono. Crepitio di foglie e stridere di piccoli sassi sotto i nostri piedi. Ora babbo, oltre al suo strumento da rabdomante, ha anche un bastone con cui aiutarsi. Sale sempre più fiducioso, il ginocchio regge. Il respiro affannato, taglia il silenzio. Quando si apre un varco alla vista, ci fermiamo. Miriamo il paesaggio incantati. Qui la natura è una presenza. Ti abbraccia, ti accarezza, ma soprattutto spegne i pensieri. I ruderi ora si ergono davanti a noi. Parlano di un passato di uomini caparbi. Capaci di costruire un eremo dove anche le querce trovano difficoltà ad ancorarsi con le radici. Dall’alto la valle è un immenso alveo di smeraldo. Siamo arrivati al capolinea. Nessuna traccia della grotta. Si fa strada dentro me il dubbio. Forse abbiamo sbagliato. Non è questo il luogo. Vedo mio padre stringere di nuovo la sua bacchetta. Dove sta andando?! Cammina instabile sopra bassi muriccioli diroccati tra rovi. Non lo fermo. E’ felice, libero. Scompare alla mia vista. Alcuni istanti dopo mi chiama:

<<Vieni! E’ qui!>>

Lo raggiungo. Non posso crederci. L’ha trovata.

<<Ma quella cosa non funziona per l’acqua?>>

<<Trova ciò su cui ti concentri. E’ una specie di antenna>>.

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Entrata della grotta che ospitò David Lazzaretti nel suo eremitaggio in Sabina

Siamo commossi. Una porta, ricavata in un muro a secco, porta all’interno di un utero di nuda roccia. Varchiamo la soglia. Questa volta è la pace a divenire una presenza, talmente potente da attraversarci. Ci penetra dentro. Si mischia al nostro respiro. Entra in circolo nel nostro sangue. Filtra nell’anima. Uno stemma con una croce e due C rovesciate si erge nel fondo su un altare rupestre. E’ il simbolo di David Lazzaretti, quello che si dice avesse marchiato al centro della fronte. Secondo i suoi racconti, gli fu impresso dallo stesso San Pietro durante una visione avuta proprio qui. Ci sediamo su delle pietre. Ci sentiamo vicini e compagni silenti in un’esperienza che ci sta portando solitari a dissolvere le nostre identità per immergersi nel tutto. E’ un attimo. Non si può reggere a tanta luce.

<<Ma guarda te, dove si era andato a rintanare…, ma come c’era arrivato fin quassù>>.

Guardo mio padre. Taccio.

<<Qui il tempo si dilata fino a diventare inconsistente. Scompare. Il divenire delle cose sembra arrestarsi. C’è solo l’essere.>>

Annuisco, ma un’ombra si sta allungando dentro di me. La razionalità sta contraendo il mio cuore.

<<Qui l’inverno deve mordere forte. Immaginati quel povero diavolo al freddo, rannicchiato a terra in una coperta. Poca luce, forse quella di una candela. E poi…, i tuoni dovevano scuoterlo come una campana, quando fuori c’era tempesta. Cosa sperimentava in questo eremitaggio da ripagarlo di tanti stenti?>>

<<Babbo, secondo i suoi scritti, David non lasciò questa dimora per 47 giorni. Gli portava un po’ di pane e dell’acqua un frate tedesco che stava nell’eremo di Santa Barbara, non molto distante. Tale Ignazio Micus. Ora ho una certezza. Il Lazzaretti non voleva solo diventare un capo carismatico. Essendosi fatto ricevere dal Papa, lui aveva già vinto. Avrebbe potuto tornare ad Arcidosso trionfante. Lui voleva qualcosa di più. Desiderava credere fino in fondo che la sua missione fosse quella di riformare la chiesa e la società civile. Aveva bisogno di segni, ma soprattutto di crearsi una cosmogonia del suo nuovo ruolo, tra realtà sperimentata, intuizioni ed elaborazioni psichiche di coincidenze straordinarie>>.

Particolare della grotta che ospitò David Lazzaretti: simbolo giurisdavidico

Percorriamo la strada di ritorno verso Montorio Romano con il cuore leggero e con lo stomaco che brontola. L’aria fine e l’emozioni provate ci hanno fatto venire una gran fame. Attraversiamo il paese, ma proseguiamo per Nerola, dove si trova un magnifico castello degli Orsini. Tuttavia, il passaggio per Montorio mi dona delle splendide istantanee. Immagini catturate nel procedere lento della macchina tra le strade di quel sonnecchiante borgo: una donna di mezz’età sugli scalini di casa a leggere un libro con due gatti sdraiati placidi accanto a lei, un vecchio su una seggiola di paglia con il naso all’insù ad annusare e trattenere una vita che sembra scappare…

Nerola ci si presenta più dinamica, più turistica. Parcheggiamo in piazza San Sebastiano, proprio davanti a un ristorante, Il sesto canto. La potenza evocativa del nome è enorme. Vedo Dante: il girone dei golosi! Ci guardiamo con espressione birichina. I proprietari sono siciliani. Tentati dal titolare abbandoniamo un menù a base di piatti tipici locali. Cominciamo con delle bruschette al pomodoro e schiaccia calda con olive, per poi continuare con uno spaghettino alla vongole che sembrava recitare la Divina. Un fresco vinello bianco fruttato scivola giù mettendo buonumore e serenità. I nostri visi luminosi, felici. Un padre e un figlio, ormai entrambi uomini, che godono come vecchi amici delle piccole, grandi cose della vita. Entrambi oramai consapevoli dell’importanza di carpire questi semplici miracoli, nella burrasca dell’esistenza. Due cannoli siciliani fatti a regola d’arte anticipano il caffè. Paghiamo il conto. Onestissimo, circa venti euro a testa. Non è finita. Saliamo a piedi fino al castello. Una meraviglia di armonica bellezza. Un equilibrio di torri e merli in una chiara pietra grigia riflettente la luce. Il castello costruito nel 1070 dagli Orsini, passò di mano a vari signori, diventando anche dimora ufficiale di Papi e proprietà di Guglielmo III re di Inghilterra. Tra i suoi ospiti si possono menzionare  Enrico IV di Franconia, imperatore del sacro romano impero, Gallileo Gallilei, Napoleone Bonaparte. Nel 1930 fu il calciatore Giuseppe Meazza ad acquistarlo. Quando l’Italia vinse il primo mondiale (1934), vi fu organizzata una festa con tutta la nazionale vincitrice. Attualmente è divenuto un albergo.

Castello Orsini di Nerola

Percorrendo l’Aurelia in direzione Grosseto…

<<David, domani devo andare dal commercialista per la dichiarazione dei redditi. Gli devo portare un sacco di documenti: gli scontrini per l’acquisto delle medicine, un foglio di chi mi ha montato i condizionatori per la detrazione dei costi… E’ sempre più complicato! Sarà che sto invecchiando>>.

<<Sai babbo, il Lazzaretti diceva che la Repubblica è il Regno di Dio. Una volta, le autorità locali estrapolarono da un suo discorso, strumentalizzandola, l’affermazione che nel Regno di Dio non si pagano le tasse>>.

Non replica subito. Poi voltandosi verso di me con espressione maliziosa:

<<Non so te, ma io lo avrei votato>>.

Scoppiamo a ridere di gusto.

Il libro suggerito

Per chi decide di visitare la grotta in cui si ritirò David Lazzaretti nel suo eremitaggio in Sabina, il libro suggerito è “Il secondo figlio di Dio. Vita, morte e misteri di David Lazzaretti, l’ultimo eretico“ di Simone Cristicchi.

Immagine di copertina

Sinossi

Simone Cristicchi racconta l’incredibile storia di David Lazzaretti, il mistico ed eretico cristiano che all’alba delle prime pulsioni repubblicane in Europa fondò la Chiesa giurisdavidica. Dopo aver narrato la fantasia dei matti, la tragedia dei soldati italiani in Russia e il genocidio degli italiani d’Istria, il cant-attore romano riporta alla luce una vicenda meravigliosa e coinvolgente, intrisa di utopia e spiritualità, sporca di sangue e misteri ancora da chiarire, infilandosi nei panni di Antonio Pellegrini, il militare che sparò al Cristo dell’Amiata. David Lazzaretti nacque nel 1834 ad Arcidosso, in una Toscana matrigna e madre, terra di indigenza e sfruttamento, più vicina al Medioevo che al Rinascimento. Barrocciaio per necessità, fin da ragazzo venne assalito da febbri e visioni mistiche che lo portarono a elaborare un personalissimo percorso spirituale nel seno della Chiesa cattolica. Il simbolo della sua missione era formato da due C contrapposte con la croce nel mezzo, l’annuncio di un nuovo Cristo in arrivo. La sua predicazione richiamò migliaia di persone tra la Toscana e la Sabina, in una convivenza armoniosa che si rifaceva alle prime comunità cristiane in cui solidarietà, uguaglianza e istruzione erano le fondamenta, e il lavoro in comune un mezzo per elevare lo spirito. Se da una parte fu perseguitato dalla Legge e considerato un pazzo sovversivo, dall’altra l'”uomo del mistero” conquistò seguaci e protettori tra nobili, intellettuali e alti prelati – anche in Francia, dove vennero pubblicati i suoi libri – godendo del sostegno sia di don Bosco sia di Pio IX. Ma il suo messianesimo mise in allerta sia la Chiesa di Roma che il neonato Stato Italiano. Il 18 agosto del 1878 la pallottola di un carabiniere pose fine alla sua esistenza.

Dettagli libro

TitoloIl secondo figlio di Dio. Vita, morte e misteri di David Lazzaretti, l’ultimo eretico.
AutoriSimone Cristicchi.
EditoreMondadori
FormatoLibro
Pagine235
PubblicazioneNovembre 2016
Prezzo18 euro
Link di acquisto
https://www.mondadoristore.it/Il-secondo-figlio-di-Dio-Simone-Cristicchi/eai978885207759/

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