Il Passo del Gran San Bernardo.

Il Passo del Gran San Bernardo.

Ardite vette mi circondano. Boschi di conifere sono abbarbicati su impervi pendii. Osano nello spingersi in alto fino a divenire sempre più radi. Poi, capitolano. Al loro posto, superbi pascoli dall’ammaliante verde. Ma anch’essi, in fine, si dissolvono sostituiti dalla roccia di irte creste. Proiettate aguzze e frastagliate al cielo, sembrano preghiere a lui rivolte dalla terra affinché continui ad abbracciarla.

Una coreografia potente della natura. Penetra il cuore, lo defibrilla. Così scosso, abbandona l’algida indifferenza esistenziale dei nostri giorni e ci riavvicina alla magica essenza della vita.  

Mentre la macchina sforza e sbuffa tra impossibili tornanti, dal finestrino entra il tintinnio dei campanacci di mucche. Mette di buon umore, distoglie da pensieri ingombranti.

Ed ecco apparire un lago. La strada prosegue adiacente alla sua sponda tra alcuni edifici: perlopiù negozietti di souvenir. Espongono la merce in banchi esterni creando una sorta di mercatino. Non mancano punti di ristoro.

Lascio la macchina in un parcheggio gratuito. Tre bandiere vi sventolano su aste metalliche: quella italiana, quella svizzera, quella della Comunità Europea. Eh già…, sono al confine tra Italia e Svizzera; al valico che per tanti secoli rappresentò uno dei più importanti portali di comunicazione tra il Bel Paese e le terre transalpine. Sono al suggestivo Passo del Colle del Gran San Bernardo.

Il Passo del Gran San Bernardo visto dal sentiero che conduce alla Chenalette.

Situato a un’altitudine di 2473 m, è dominato a nord dalla Chenalette, a sud dal Mont Mort e a ovest dal Pain de Sucre. In inverno si possono registrare temperature di – 30° C e solo nei giorni più caldi d’estate si superano i 20° C. Il Passo è chiuso al traffico veicolare da metà ottobre a fine maggio a causa della neve che non raramente raggiunge e supera i 3 m. Quindi, prima di partire, è sempre bene dare un’occhiata al meteo e portare con sé una giacca a vento. Si sa, in alta montagna il tempo può cambiare repentinamente.

Questo valico, usato già molti secoli prima di Cristo, era in mano alla popolazione di origine celtica dei Salassi. Sottomessi con le campagne militari di Ottaviano, i Romani ne presero il controllo, facendolo divenire un asse strategico di comunicazione con i loro territori al di là delle Alpi. La strada che vi passava fu sistemata e vi furono posti i miliarii (colonnette collocate sulle più importanti vie a indicare la distanza in miglia da Roma, o da una città dell’Impero).

Nel versante italiano del Passo, su quello che oggi si chiama il Piano di Giove e vicino alla roccia sacra che identificava il dio indigeno Penn (protettore per i Salassi e i Liguri dai pericoli della montagna dal quale deriva il nome delle Alpi Pennine e degli Appennini), i discendenti di Romolo edificarono un tempio a Giove. I viandanti gli offrivano monete, oggetti votivi e tavolette incise sul posto che venivano fissate alle pareti della sacra costruzione. Inoltre, si pensa che i militari donassero armi: durante le campagne di scavo al sito ne sono state rinvenute in gran numero.

Mi reco là. Su una base conica costituita da blocchi di roccia, la statua di San Bernardo si erge austera. Il braccio sinistro alzato in direzione della Svizzera come a indicare il percorso che conduce oltre i monti. Il monumento fu eretto nel 1923 quando l’abate e teologo francese, nato nel 1090, fu designato patrono degli alpinisti. Rifletto:

«Prima Penn, poi Giove, infine Bernardo; nello stesso luogo l’uomo ha da sempre elevato opere per ingraziarsi l’aiuto di divinità o santi contro le insidie della montagna. I nomi cambiavano, non l’esigenza umana di cercare protezione ultraterrena contro l’immane potenza degli elementi naturali.»

La statua di San Bernardo.

Raggiungo e mi incammino lungo la strada asfaltata che segue la sponda del lago. Le ardite creste litiche si specchiano nelle verdi acque, amplificando l’imponenza del paesaggio. Sarà la minore pressione atmosferica, o come si dice l’aria fina, ma mi sento leggero, lontano dalle forze centripete che mi schiacciano a un mondo ormai troppo virtuale e invadente.  

Non lontano, al di là del confine italiano, scorgo un complesso architettonico. E’ l’Ospizio del Gran San Bernardo.  

Il nucleo originario del complesso architettonico fu edificato per volontà di San Bernardo nel 1045 e fu gestito da una congregazione di canonici, come del resto ancor oggi. Ma perché costruirlo nel punto più alto di questo valico? Da qui passa la Via Francigena: una strada della fede, che specialmente nel Medioevo, portava innumerevoli pellegrini dell’Europa Occidentale alla tomba di Pietro. La prima fonte che ne descrive l’intero itinerario risale al 990, quando Sigerico, arcivescovo di Canterbury, stese una relazione del suo viaggio di ritorno da Roma.

Il punto più rischioso del percorso era rappresentato proprio da questo passo: qui, non si presentava solo la minaccia di essere uccisi e derubati dai briganti, ma anche di essere sepolti dalle valanghe o di morire per assideramento. Quindi l’ospizio fu creato allo scopo di accogliere, assistere e proteggere i viandanti.

L’ospizio del Gran San Bernardo

A partire dal XII secolo i monaci si avvalsero di uomini dei paesi a valle, conoscitori della montagna e dei suoi pericoli, per andare incontro ai viaggiatori in inverno: una sorta di guide alpine dei nostri giorni. Chiamati marroniers e stipendiati direttamente dal monastero, fornivano questo servizio gratuitamente ai pellegrini. Ben presto l’ospitalità dei canonici del Gran San Bernardo diventò famosa in tutta Europa.

Oggi a portare avanti l’Ospizio sono sei canonici e un’oblata, l’unica donna della congregazione. Durante la bella stagione sono aiutati da due dipendenti in cucina e da un gruppo di volontari. É possibile pernottare nella struttura a un prezzo modico, abbracciando i valori di condivisione e sobrietà.

Anche se sono disponibili stanze per le famiglie da 2 o 4 letti, la filosofia del luogo si comprende meglio se si dorme in camerata, dove ci si lava in un grande lavandino in comune, le docce sono a tempo per risparmiare l’acqua e si mangia tutti insieme in gioviali tavolate. Lì, siedono vicini pellegrini, motociclisti, escursionisti. Ognuno è ammesso, basta che rispetti la quiete e il prossimo. La porta dell’ospizio non viene mai chiusa, neanche di notte, per permettere, a chi non riuscisse a dormire a causa dell’altitudine, di scendere a meditare nella bella chiesa affrescata o di uscire a contemplare le stelle.

A partire dal XVI secolo, i canonici dell‘ospizio iniziarono ad allevare grossi cani molossoidi. Venivano utilizzati soprattutto per la guardia.  Con il tempo furono anche impiegati per tracciare la via nella neve fresca, prevedere la caduta di valanghe e ritrovare viaggiatori dispersi a causa del maltempo o sepolti dalle slavine. Nell’Ottocento, da questi cani si selezionò la razza oggi nota come Cane di San Bernardo.

Numerose testimonianze scritte attestano i servizi resi da questi animali nei soccorsi in montagna. In particolare, un esemplare di nome Barry è divenuto mitico: si racconta che abbia salvato la vita a 40 persone. É conservato imbalsamato al Museo di storia naturale di Berna. La botticella appesa al collo è leggendaria, ma il collare anti-lupo è storico.  

Barry, il leggendario San Bernardo.

 All’Ospizio, l’addestramento dei San Bernardo come cani da valanga durò fino al 1977: da alcuni anni si era preso a considerarli, per il loro peso, poco adatti agli interventi in elicottero. In fine, nel 2005, essendo diminuito sensibilmente il numero dei monaci, si rese necessario far rilevare l’allevamento dalla Fondation Barry.  

L’ente ha come scopo la tutela e la valorizzazione di questi cani simbolo della Svizzera. Infatti, oltre a preservare la razza, si prodiga per promuoverne l’utilizzo in compiti sociali come la pet-terapy, le attività pedagogiche e la riabilitazione.

La Fondation Barry ha anche creato un museo al Passo, a cui ha dato il nome di Barryland. Qui, oltre a ripercorrere la storia dell’Ospizio, del Colle e dei suoi leggendari animali, si può incontrarne e accarezzarne degli esemplari per la gioia dei bambini.

Pulizia giornaliera dei cani San Bernardo

Decido di visitarlo. Il prezzo d’ingresso per gli adulti è di 13 euro. Nello spazio esterno alcuni San Bernardo vengono nutriti, altri spazzolati, altri ancora riposano sornioni al sole. Li osservo: hanno un’espressione paciosa. Placidi, lasciano le operatrici prendersi cura di loro godendo quasi con aristocratico distacco di questa privilegiata condizione. Tra poco, alcuni saranno portati fuori per la quotidiana passeggiata lungo i sentieri a cui si potranno unire i visitatori che ne fanno richiesta. Io opto per seguire una sessione di addestramento. Rimango sorpreso da come gli esercizi di una certa complessità sono svolti con successo dai cani.

Sezione di addestramento per un esemplare di Gran San Bernardo

Raggiungo il piano superiore dove sono allestite le sale del museo. Vi sono varie sezioni dedicate a specifiche tematiche: alla fauna del luogo, alla stazione meteorologica creata presso l’Ospizio nel 1817 (la prima della Valle d’Aosta), ai reperti archeologici rinvenuti nelle campagne di scavo nei dintorni del Passo, ai minerali. Pannelli informativi, insieme a postazioni multimediali, fanno ripercorrere la storia del valico e dell’umanità che vi legò il proprio destino.

Interno del Museo del Barryland dedicato ai cani San Bernardo

Così scopro perché, vicino a dove avevo parcheggiato la macchina, si trova una statua di Napoleone in groppa a una mula. Nel 1800, l’allora Console Bonaparte decise di scendere con l’esercito nel Bel Paese per riconquistare i territori dell’Italia settentrionale caduti in mano austriaca. Il futuro imperatore attraversò le Alpi passando dal Colle del Gran San Bernardo proprio in sella a una mula tenuta per la briglia da un marroniers. Immagine molto diversa da quella riprodotta dal pittore francese Jacques-Louis David nel famoso quadro intitolato Bonaparte valica il Gran San Bernardo: Napoleone, in uniforme da generale e avvolto da un mantello giallo-arancio, vi è ritratto sul dorso di un cavallo bianco impennato; l’espressione del viso sicura e determinata; la mano destra levata a indicare la cima della montagna, al di là della quale è l’Italia, terra di conquista. In effetti l’Imperatore ha lasciato scritto:

«Abbiamo lottato contro il ghiaccio, la neve, le tormente e le valanghe. Il San Bernardo ci si è opposto con qualche ostacolo al passaggio

Statua di Napoleone in sella alla mula che lo condusse attraverso il Passo del Gran San Bernardo

Di nuovo all’aria aperta, circondato da splendide montagne. Una cima mi sovrasta più vicina delle altre. Sulla sommità sventola la bandiera svizzera. Sprigiona un magnetismo al quale non mi posso opporre. Penso:

«in fondo, indosso scarpe da trekking, perché non…»

Vicino al museo, imbocco un sentiero ripido, ma ben tracciato, che va verso l’alto; verso quella cresta che pare promettere una visione privilegiata sul mondo o, forse, solo dentro me. Sono ignaro che si tratti della Grande Chenalette. Un passo dopo l’altro e l’ospizio diventa sempre più piccolo ai miei piedi; un passo dopo l’altro e il silenzio cresce spezzato solo dal sibilo del vento; un passo dopo l’altro e i pensieri rallentano, le ansie evaporano. Lo strido di un’aquila attraversa l’etere, rimbalzando sulle pareti di roccia. Mi penetra. Alzo gli occhi al cielo, la cerco: plana regale. Il fischio di una marmotta mi desta dalla contemplazione del suo volo. Scruto tra i massi, ma la sentinella delle Alpi si nasconde allo sguardo.

Raggiungo due laghetti. Sosto. Elevo omini di pietra. Un sasso dopo l’altro; l’uno sull’altro in equilibrio. E quella fragile stabilità provo a farla mia.

Il cammino ora si fa più aspro, anche se non presenta punti di particolare pericolo. Un belvedere mi accoglie a quota 2650 m. Il panorama è superlativo. La vista sul Passo del Gran San Bernardo è pura bellezza. Il lago riflette specularmente le cime che lo circondano e il cielo che lo sovrasta: come in alto, così in basso parafrasando il secondo verso della Tavola di Smeraldo. Ruoto di 180°. Sull’altro versante, si mostrano imponenti ghiacciai, compreso quello del Monte Bianco. Osservo la via che dovrebbe portarmi sulla vetta: intravedo alcuni tratti in ferrata. Decido di non rischiare e di ridiscendere a valle.

Per arrivare alla macchina, prendo un sentiero sterrato che rappresenta la parte finale del tratto svizzero della Via Francigena. Mi riconduce al Piano di Giove e alla statua di San Bernardo, inizio del percorso italiano dei pellegrini per Roma.

Mi sento felice, soddisfatto da una gita che mi ha regalato tante emozioni, ma soprattutto è risuscita a trasportarmi fuori dal tempo, in un luogo dello spirito che solo una natura incontaminata, il folclore e la storia possono fare raggiungere. Ma manca ancora qualcosa da appagare, un certo languorino allo stomaco. Mi fermo lungo la strada per casa in un ristoro che fa vendita diretta di formaggi e salumi di sua produzione. Un tagliere con la fontina, la toma, il blue, il bouden (un salame con l’aggiunta di patate e barbabietola), la mocetta mi guida in un altro viaggio. Quello nel gusto, nei sapori della Valle d’Aosta; una regione che non solo propone al visitatore vette oltre i quattromila e fiabeschi castelli, ma anche un’importante tradizione enogastronomica.

Tratto della Via Francigena

Libro suggerito da mettere in valigia

Immagine di copertina

Sinossi

Un cammino lungo il tratto italiano della Via Francigena che dal Colle del Gran San Bernardo arriva a Roma. Un’esperienza in slow motion che permetterà ad Angelo di appropriarsi del suo vero sé.

Un viaggio…, un palcoscenico d’incontri con personaggi caratterizzati da un vissuto al limite e accomunati dalla ricerca di un’alternativa alla loro scomoda realtà. Esistenze sviluppatesi nel fango che reclamano la luce.

Un percorso, quello di Angelo, che attraverso le meraviglie paesaggistiche dell’Italia, ma parallelamente tra i meandri della mente, lo condurrà a una nuova consapevolezza.

Un libro che racchiude nel titolo il suo messaggio: errare significa sbagliare, ma anche vagare. Il movimento, l’azione, più in generale la vita non possono prescindere dal commettere errori. Passaggi, a volte obbligati, per conseguire la conoscenza e la felicità.

Dettagli libro

TitoloErrando
AutoreDavid Berti
EditoreC&P Adver Effigi 
GenereNarrativa
FormatoLibro
Pagine272
PubblicazioneMaggio 2021
Prezzo19 euro
Link di acquisto
https://www.amazon.it/Errando-David-Berti/dp/8855242083

Cenni biografici sull’autore

Lo scrittore David Berti

David Berti nasce l’11 aprile 1974 a Grosseto. Si laurea all’Università degli studi di Siena, ottenendo prima la laurea breve in Scienze del servizio sociale, in seguito quella specialistica in Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali. Frequenta un master universitario, svolto sempre presso lo stesso ateneo, in Valutazione della qualità dei servizi socio-sanitari. Infine, termina la sua formazione all’università Guido Carli Luiss di Roma con un master in Carriera diplomatica.

Giornalista freelance, scrittore, operatore culturale, blogger vive e lavora a Grosseto. Oltre a essere il curatore dell’omonimo blog di letteratura, collabora con il mensile d’informazioni turistiche e culturali Maremma Magazine. Nel 2017 è uno dei soci fondatori, insieme a personaggi di spicco del mondo della letteratura, del teatro e della televisione, dell’associazione culturale Letteratura e Dintorni di cui entra a far parte del direttivo. Ricopre il ruolo di giurato in importanti concorsi letterari ed è membro del Comitato del Premio Letterario Toscana.

Nel novembre 2016 pubblica il suo primo romanzo dal titolo Black outedito da Innocenti Editore, seguito nell’aprile 2019 da una raccolta di racconti intitolata Due racconti per una notte, edita da Edizioni Effigi. Il mese di febbraio 2021 vede la stampa del romanzo Errando, sempre con Edizioni Effigi. Nel luglio 2021, il suo racconto lungo Incontro con David Lazzaretti entra a far parte della raccolta Misteri di Maremma, Edizioni Effigi, curata dal giallista Carlo Legaluppi, mentre nel febbraio 2022 un altro suo racconto, Quattro secondi d’eternità, viene inserito nell’antologia Amori sui generis, Edizioni HeiMat, curata dalla giornalista e scrittrice Dianora Tinti. Altri suoi scritti si trovano in sillogi, a seguito del riconoscimento di merito in concorsi letterari di carattere nazionale.

Riconoscimenti