“Non tutto è perduto. Un’avventura del commissario Bordelli” di Marco Vichi.

Immagine di copertina

Sinossi

Il commissario Bordelli è andato in pensione e la malinconia si fa sentire, nonostante la presenza sempre più stretta della bella Eleonora e le immancabili cene della Confraternita.

Il giovane sessantenne fa lunghe passeggiate in collina, ripensa al passato, e a poco a poco si fa strada nella sua mente l’idea di risolvere l’unico caso della sua carriera rimasto insoluto: un ragazzo, figlio di un industriale fascista, ucciso nel 1947 con diverse coltellate… forse una vendetta?

Era la sua prima indagine, e all’epoca non era riuscito a venirne a capo, anche perché molto presto era arrivato l’ordine di lasciar perdere, non era il clima giusto per rovistare nelle tragedie della guerra, l’Italia aveva bisogno di pace e di serenità. Ma adesso, dopo ventitré anni, può provare a risolverlo, anche se non ufficialmente.

Nel frattempo cerca di dare una mano a Piras, diventato vice commissario, e finisce per ritrovarsi alle prese con due crimini odiosi che reclamano giustizia, una giustizia che forse andrà cercata al di fuori delle regole…

Recensione

Non tutto è perduto è un libro di Marco Vichi pubblicato dalla casa editrice Guanda nel giugno 2022. Protagonista di questo giallo storico è il commissario Bordelli o, forse, più corretto dire l’ex commissario. Già, da pochi giorni Bordelli è andato in pensione.

Ancora relativamente giovane, sessanta anni portati bene, non pensa certo di essere al capolinea della vita, ma anzi all’inizio di un nuovo viaggio: più consapevole, meno condizionato, con più tempo a disposizione. In poche parole, più libero. Sì, è la stagione di fare ciò che desidera e nel modo che vuole. 

Così la casa di campagna dell’Impruneta diventa il luogo della consapevolezza. Il fuoco del cammino, il silenzio, le passeggiate nei boschi, la compagnia del cane Blisk, le letture lo riportano in contatto con una parte di sé troppo a lungo trascurata. Nel tempo che si dilata e rallenta, i ricordi riaffiorano, rivivono. I dialoghi immaginari con la madre defunta rappresentano quasi un ponte con il passato, un continuum che oltrepassa la cortina della morte e ne sgretola l’oblio. Anche gli ironici scambi con il teschio Geremia paiono voler esorcizzare la falce della nera signora o, semplicemente, circoscrivere la fine dell’esistenza a un normale ciclo della natura.

Ma il placido vagare in questa dimensione psico – esistenziale viene interrotto dagli incontri di Bordelli con Eleonora, un’attraente trentenne che ha la forza e la fragranza della primavera. In verità, una frequentazione che ha iniziato a strutturarsi, in cui i vagiti di un sentimento sincero e profondo prendono la sostanza di notti d’amore fatto bene. Bordelli non vuole tenere al laccio l’amante, gli bastono le sensazioni e le emozioni che gli dona. Anche in sua assenza, nella mancanza. Gode della sua allegria, della sua freschezza, dei suoi giochi prendendoli come un regalo. Non scontato, alla sua età: quando spesso ci si accontenta del diversamente giovane e bello, stanchi di sondare baratri di solitudine e di noia.

In questo nuovo capitolo della vita dell’ex commissario, hanno un ruolo fondamentale anche le cene che organizza nella sua casa. Pochi amici, veri, quelli con cui si sceglie di voler stare, quelli che fanno bene all’anima. Simposi nei quali il cibo e il vino diventano espressioni di un equilibrato edonismo che predispone i cuori ai racconti che ogni commensale narra, alla luce saltellante del camino, alla fine del banchetto. Momenti dal sapore decameroniano circoscritti in un tempo sospeso, in cui si cerca ristoro da un mondo compulsivo che corre veloce e non sa più ricordare. Bordelli, con questi ritrovi, dà vita a una vera e propria confraternita del buon vivere.

Nel suo far di conto sulle entrate e uscite della vita, c’è qualcosa che non quadra, una questione rimasta pendente: il primo caso che gli era stato assegnato ventitré anni prima, l’unico che non è riuscito a risolvere.

Era il ’47 e lui un novizio ispettore. Un ragazzo, figlio di un industriale fascista, fu trovato ucciso. Il corpo martoriato da diverse coltellate. Prima che potesse approfondire le indagini, gli fu ordinato di interromperle. Molti propendevano per una vendetta di ex partigiani. La guerra si era da poco conclusa e la nazione aveva bisogno di pace e serenità. Andare a rovistare nei tragici eventi, progenie di uno scellerato conflitto, non avrebbe portato a niente di buono. Così il caso fu insabbiato.

Bordelli sa benissimo che gli assassini non potrebbero essere più in vita, tuttavia, sente l’esigenza di riesumare quell’indagine. Per ego? Per confermare la sua infallibilità di sbirro? No, era sempre stato più interessato a cercare dietro i crimini i moventi che spingono gli uomini a commetterli; così come non aveva mai tralasciato di sondare, con empatia, le passioni che li accompagnavano oltre la soglia della legalità fino a renderli capaci di uccidere. Soprattutto, si era sempre chiesto se, negli specifici contesti, alla trasgressione della legge corrispondesse anche la violazione della giustizia, quella con la G maiuscola. Già, aveva capito presto che legge e giustizia a volte non coincidono. E lui era più interessato alla seconda.

Risolvere questa indagine, ora che ha tempo a disposizione e che le tensioni del dopoguerra si sono attenuate, significherebbe tutelare il diritto della verità a mostrarsi. Inoltre, Bordelli sa benissimo che, riprendere a investigare sulla vicenda, equivarrebbe a partire per una nuova avventura, dove probabilmente incontrerebbe persone con vissuti al limite. E’ ciò che gli ci vuole, in un momento in cui la nostalgia per il suo lavoro si fa sentire. In fondo, ha ancora il tesserino da commissario che un collega gli ha permesso di conservare. Certo, usarlo andrebbe contro la legge, ma per un buon fine. E poi…, il bello della sua età è poter prendersi qualche rischio senza curarsi troppo delle conseguenze. Lo avrebbero sospeso? E’ già in pensione.

Per recuperare i vecchi fascicoli sull’omicidio, chiede aiuto a fidati amici della questura ancora in servizio. E una volta ottenuti, inizia a seguire piste che gli fanno riavvolgere il nastro del tempo, catapultandolo in un mondo completamente diverso, nonostante siano trascorsi solo 23 anni. Due decadi che hanno portato anche lui a vivere una nuova vita in un contesto sociale trasfigurato, caratterizzato da grandi conquiste civili e sociali.

Per di più, non recidere i rapporti con gli ex colleghi, gli dà modo di collaborare da esterno alla soluzione di alcuni casi, evitandogli l’inevitabile sofferenza del distacco da una mission che è stata granitico baricentro del suo essere.

Anche se l’indagine sul delitto del ’47 aleggia su tutto, spesso resta in sospeso. Non monopolizza la narrazione. Vichi, stuzzica la curiosità con nuovi elementi e colpi di scena somministrati al momento giusto, ma poi la mette in stand by, impegnando Bordelli in altre questioni. Sembra che l’autore sia interessato a far conoscere meglio al lettore l’uomo che si cela dietro al commissario, dietro al ruolo nel quale per tanti anni si è identificato.  

Molto accattivanti sono i riferimenti ad alcuni eventi che caratterizzarono il 1970 e scossero l’opinione pubblica. Fatti raccontati attraverso gli occhi e le emozioni di chi li visse in diretta attraverso la tv, la radio, la stampa. Basti citare l’avaria all’Apollo 13 che rischiò di far perdere nello spazio tre astronauti americani. Ma anche il definitivo ingresso del rock nel panorama musicale mondiale con la rivoluzione culturale e sociale che portò con sé. Così, vediamo anche il sessantenne ex commissario appassionarsi a un disco degli Stones regalatogli da Eleonora.

Doveroso sottolineare le belle descrizioni del paesaggio agreste toscano che non raramente Vichi propone nello sviluppo della trama. Pennellate potenti ricche di colori, odori, suoni, silenzi. Capaci di toccare l’anima e rasserenare. Impressionante anche la capacità di dipingere le comunità della campagna fiorentina attraverso le loro abitudini, il loro parlare colorito, le loro stereotipie.

I personaggi sono magistralmente caratterizzati. Vichi non esaspera mai la loro definizione andando a cercare pedanti analisi della loro psiche, ma lascia che si mostrino nei dialoghi, nei gesti, nelle espressioni dei volti, nelle azioni. Uomini e donne che diventano eccezionali nella loro ordinarietà, figli del loro tempo.

Le pagine scorrono piacevoli, contraddistinte da una scrittura pulita, mai ampollosa. L’autore non cerca virtuosismi o sperimentazioni. La narrazione alterna ritmi serrati densi di stimoli ad altri in cui si respira, ci si riposa. Si ha modo di masticare ciò che ci è stato servito.

Non mi sento di definire il libro un poliziesco puro, ma un giallo storico dove sono presenti contaminazioni di altri generi. Una scelta che apre l’opera a un target di lettori più ampio. Ho avuto l’impressione che Vichi abbia voluto spostare l’attenzione più su Bordelli che non sull’indagine. Per quanto mi riguarda scelta azzeccata. In fondo, è lui la vera star alla quale ci siamo affezionati. E poi, ora è in pensione…

Dettagli del libro

TitoloNon tutto è perduto. Un’avventura del commissario Bordelli
AutoreMarco Vichi
EditoreGuanda
GenereGiallo storico
FormatoLibro
Pagine 456
PubblicazioneGiugno 2022
PrezzoEuro 19
Link di acquisto
https://www.amazon.it/tutto-perduto-Unavventura-commissario-Bordelli/dp/8823529158

Estratto

Bordelli si sentiva un po’ in imbarazzo, anche perché essendo in pensione non aveva più alcuna autorità per “disturbare” le persone. Ma ormai si era incaponito, voleva risolvere quel vecchio caso insoluto, e un po’ doveva barare. Si fece coraggio, e si sforzò di trovare un sorriso cordiale.

<<Lei è il cugino di Attilio Guerrini?>>

<<Sì…>> disse Terracina, per niente incuriosito di capire il perché di quella domanda.

<<Sono un commissario di Pubblica Sicurezza, questura di Firenze>> disse Bordelli mentendo solo in parte, visto che lo era fino a pochi giorni prima.

<<Mi dica…>>

<<Ecco, le sembrerà strano, ma sto indagando sulla morte di Gregorio, il figlio di suo cugino.>>

<<È passato un bel po’ di tempo…>>

<<Sì, ma nessuno ha mai scoperto chi lo aveva ucciso>> continuò Bordelli.

<<Che importa, ormai… Saprà che anche suo padre se n’è andato, pace all’anima sua.>> Aveva una bellissima voce, bassa e profonda, ma sembrava che parlare gli costasse fatica. O forse non era più abituato a stare in compagnia degli umani.

<<Sì, ho saputo che si è suicidato.>>

<<È più giusto dire che è morto di dolore. Amava Gregorio più di se stesso. Ha resistito cinque anni, ma era diventato uno spettro, e una mattina si è impiccato nel suo studio… Con una cintura della sua fabbrica>> disse Terracina, con tristezza.

<<Mi hanno detto che è stata sua moglie a trovarlo.>>

<<Povera Ippolita. Nonostante tutto, provo pietà per quella disgraziata famiglia.>>

<<Una tragedia dietro l’altra…>> commentò Bordelli.

<<Come mai dopo tutto questo tempo vuole occuparsi di quella faccenda?>>

<<All’epoca mi venne affidato il caso. Ero appena entrato in Pubblica Sicurezza, non avevo nessuna esperienza, il momento non era dei più facili, e così non riuscii a combinare nulla.>>

<<E vuole risolvere il caso adesso…>>

<<Vorrei provarci.>>

<<Fossi in lei lascerei perdere… Che riposi in pace, quello sciagurato>> mormorò Terracina.

<<Non eravate in buoni rapporti?>>

<<Direi proprio di no.>>

<<E con il padre?>>

<<Meno che mai.>>

<<Posso chiederle il motivo?>>

<<Mondi diversi, e soprattutto invidia.>>

<<Invidia?>> domandò Bordelli. Il vecchio socchiuse gli occhi per qualche istante, e un lungo sospiro lo riportò nel passato. Rimase in silenzio, ma si capiva bene che si stava preparando a rispondere. Passò almeno un minuto, e quel silenzio aveva qualcosa di sacro, nemmeno una mosca avrebbe osato volare. Un altro sospiro, e il vecchio cominciò a raccontare, con il minimo di parole possibile, andando a disseppellire ricordi lontani…

<<Mia madre Beatrice, figlia di un modesto commerciante, ha sposato il rampollo di un’importante famiglia nobile di Siena, mentre sua sorella Nazarena, la madre di Attilio, ha sposato un ricco industriale di Firenze…>>> Raccontò che fin da ragazzo Attilio mal sopportava che il destino non gli avesse riservato il privilegio di avere il sangue blu, e invidiava il cugino Tancredi al quale nulla importava di quella <<stupidaggine>> del titolo nobiliare. Poi era arrivato il fascismo. Attilio era riuscito a sfruttare il regime a proprio favore, anche per via della sua posizione sociale e della sua ricchezza, che gli garantivano una naturale protezione. Si era occupato unicamente dei propri interessi, usando il poco potere che aveva per accumulare soldi, fabbricando armi per Mussolini, muovendosi abilmente nella melma della endemica corruzione del regime, senza mai esporsi, restando sotto la sabbia come un pesce ragno.

<<E quando è scoppiata la guerra?>> chiese Bordelli.

<<Per lui niente guerra, e nemmeno per suo figlio. Probabilmente ha pagato qualcuno, era nel suo stile e nelle usanze del periodo, oppure era una spia dei fascisti, come alcuni mormoravano.>> Aggiunse che suo cugino Attilio era sempre stato molto abile a evitare i pericoli. Nemmeno durante la Grande Guerra aveva corso dei rischi. Non aveva mai visto una trincea. Era tenente ufficiale di comando e aveva passato tutto il tempo nelle seconde linee, lontano dalla morte. Il sangue non faceva per lui. E quando poi nel ’40 l’Italia era entrata nella sciagura della guerra, Attilio era rimasto a Firenze a curare i propri interessi, a mandare avanti le sue fabbriche. Dopo l’8 settembre si era volatilizzato, e dopo la guerra era riemerso. Nessuno poteva accusarlo di aver commesso crimini o di aver usato violenza contro qualcuno. Del resto, diceva lui, quanti italiani erano stati <<fascisti>> solo per convenienza? Persone non cattive, anzi addirittura degna, che per sopravvivere e proteggere la propria famiglia avevano dovuto piegare il capo. Attilio si nascondeva dietro quella scusa, così come si era nascosto sotto la sabbia del regime. Pur di salvare la reputazione si definiva un povero diavolo senza meriti e senza colpe, ma non era proprio così.

<<E Gregorio non era diverso dal padre. Un piccolo farabutto, un vigliacco. Proprio come Attilio.>>

<<Mi sta dicendo che chi lo ha ucciso aveva le sue ragioni?>>

<<Nihil est veritatis luce dulcius… >> disse il vecchio, lanciando un’occhiata alla frase latina dipinta in un angolo del soffitto.

Cenni biografici sull’autore

Lo scrittore Marco Vichi

Marco Vichi nasce a Firenze il 20 novembre 1957.

Dopo aver pubblicato numerosi racconti su diverse riviste, nel 1999 esce con il suo primo romanzo, L’inquilino, dal quale trarrà una sceneggiatura insieme all’amico Antonio Leotti. Sempre nel 1999 realizza per Radio Rai Tre alcune puntate del programma  Le Cento Lire, dedicate all’arte in carcere. 

Negli anni successivi realizza un consistente numero di opere di narrativa, alcune delle quali riscuotono una significativa fortuna editoriale. E’ il creatore del commissario Bordelli, il protagonista di una serie poliziesca ambientata nella Firenze degli anni Sessanta.

Apprezzato dal pubblico e dalla critica riceve importanti riconoscimenti.

Bibliografia

Riferimenti e contatti autore

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