“Il coraggio della leggerezza” di Mario Agati.

Immagine di copertina

Sinossi

Nell’incanto del maggio toscano, Giulio Ricci affitta una suggestiva villa di campagna a pochi passi dalla comunità di padre Gregorio col quale sta scrivendo un libro sulla profonda leggerezza della vita.
Quando si erano conosciuti negli studi televisivi e a qualche festival letterario i due – ateo, cinico e libertino l’uno, profondo, carismatico e in odore di santità l’altro – non si erano piaciuti. Poi, lavorando insieme su mandato dell’editore, le loro anime avevano imparato ad annusarsi, flirtare e trovare sintesi inattese.
L’intensa amicizia è però funestata da un oscuro omicidio.
Le indagini, coordinate da una bella PM alle prime armi, si muovono con garbo fra la chiassosa procura e il silenzio dei chiostri, fra la poesia dei borghi aretini e il mistero sacro dei monti, fra distese di vigne e le chiacchiere sommesse di cene conviviali. E disvelano senza scampo peccati lontani e amori segreti, passioni represse e rancori mai sopiti, fragilità divine e piccoli miracoli di umana felicità.

Recensione

Il coraggio della leggerezza è un romanzo poliziesco scritto da Mario Agati, autopubblicato dall’autore nell’ottobre 2021.

Ad accogliere il lettore nelle prime pagine è la campagna toscana, dove il giornalista e scrittore Giulio Ricci affitta una villa per trascorrere un periodo sabbatico. Lontano dalla redazione di Milano, lontano da una vita che inizia a stargli stretta, ma vicino alla comunità di padre Gregorio, carismatico frate sui generis, capace di defibrillare cuori e risvegliare coscienze, con il quale sta scrivendo un saggio sulla profonda leggerezza della vita. Certo, punti di partenza diversi nell’arrivare a postulare questo principio, quelli dei due personaggi: cinico, libertino, essenziale l’uno, meditativo, idealista, partecipe l’altro. Tuttavia, entrambi convergenti sul ruolo consolatrice della natura attraverso la sua bellezza, i suoi frutti, i suoi ritmi, la sua libertà.

L’inizio dell’opera è accattivante, ci troviamo catapultati tra filari di vigne, oliveti dai riflessi argentei, strade bianche ombreggiate da cipressi, gatti che sbadigliano pigri al sole. E borghi incantati. Assaporiamo la vita in calici di vino ben fatto e piatti tipici consumati nelle verande di cascinali o nei tavolini all’aperto di caratteristici locali.

Siamo lontani dal poliziesco che ci aspettavamo. Ci sentiamo quasi piacevolmente spiazzati. Ma… A poco, a poco, compaiono indizi che ci fanno presagire che qualcosa presto cambierà. Nuvole si addensano all’orizzonte. Creano aspettative e suspense. E la storia risponde: cresce d’intensità appagando appieno le attese. Arriva l’efferato omicidio e l’avvincente indagine che porterà alla identificazione del colpevole, condotta tra le stanze della frenetica procura di Arezzo, silenziosi chiostri, inquietanti boschi di remote valli appenniniche e antri di un nebuloso cyberspazio.

Numerosi i personaggi creati dalla penna di Agati. Difficile e limitativo catalogarli tra protagonisti e figuranti. Si muovono simultaneamente su palcoscenici diversi, arrivando a comparire sullo stesso interconnessi da legami affettivi, professionali, ma soprattutto per necessità legate all’investigazione. Ognuno con la propria vita, il proprio modo d’interpretare la realtà, i propri valori. Tutti ben caratterizzati, possibili e mai monocolore.

Così lo scrittore Giulio Ricci si mostra in tutte le sue dicotomie, dilaniato tra l’uomo di spettacolo che vende un’immagine arrogante all’opinione pubblica e il neo – sessantenne in fuga dalle sovrastrutture esistenziali. Spesso malinconico nell’assecondare un’anima indipendente assetata di solitudine e libertà, mentre una forte energia vitale lo rende ancora particolarmente sensibile al fascino femminile, al bisogno di complicità e condivisioni.

Anche la giovane PM incaricata dell’indagine ha i suoi conflitti. È dibattuta tra un modello accademico di conduzione dell’inchiesta, principalmente d’ufficio, e uno nuovo che sta scoprendo: sul campo, dove ci si sporca le scarpe, dove si mettono in discussione rigide procedure e schemi, dove si comincia a origliare i sussurri dell’intuito. Ma contemporaneamente affronta un altro duello, più interiore. Quello di una donna che ha sempre programmato tutto: la laurea, il lavoro, il matrimonio, i figli, le vacanze, il sesso una volta alla settimana con il marito nel weekend. Tutto perfetto, troppo. E ora è scossa da un vento nuovo che la spinge ad allentare quel vestito troppo attillato che si è cucita a dosso.

In questo modo Agati rende i personaggi dinamici. In divenire. Nel dipanarsi della storia crollano le loro certezze e si scoprono altri o, forse, scoprono solo un’altra parte di se stessi; sopita, inascoltata. Comprendono la complessità dell’esistenza e arrivano ad accettarla, sgretolando o rimodulando dogmi ormai anacronistici alle consapevolezze raggiunte.

Non sono mai completamente bianchi o neri, i protagonisti de Il coraggio della leggerezza, ma una contaminazione instabile di questi due colori. Così anche l’assassino diventa in qualche modo vittima e il martire si trasforma in carnefice. Ognuno perseguitato dalla propria storia, dalle proprie debolezze, dai propri desideri, dai propri insuccessi.

La scrittura di Agati è scorrevole, capace di catturare il lettore. I dialoghi sono veri, non filtrati. Calzano alla perfezione alla personalità e al back ground dell’attore che si trova sulla scena. Le descrizioni ambientali sono notevoli, denotano sensibilità estetica ed ecclettismo linguistico.

Un libro adatto non solo agli amanti del poliziesco, ma a un target più ampio di bibliofili.

Dettagli del libro

TitoloIl coraggio della leggerezza
AutoreMario Agati
Editore Independently published
GenereGiallo
FormatoLibro
Pagine 571
PubblicazioneSettembre 2022
PrezzoEuro 16
Link di acquisto
https://www.amazon.it/coraggio-della-leggerezza-indagini-Barberini-ebook/dp/B0BG9G8PZR/ref=tmm_kin_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1665044672&sr=1-1

Estratto

La telefonata di padre Gregorio arrivò mentre Giulio stava percorrendo con calma la ventina di chilometri che separano la villa dal convento. L’amico gli chiedeva il favore di raggiungerlo in vigna anziché in comunità, perché erano sorte fastidiose complicazioni e non sarebbe riuscito ad arrivare in orario. Giulio si fece dare le coordinate, impostò il navigatore e lasciò che la vecchia Range Rover scivolasse verso la nuova destinazione.

Quel cambio di programma non gli creava alcun problema, anzi, l’idea di incontrare Gregorio in mezzo ai vigneti gli piaceva molto. E quando dalla radio cominciarono a fluire le note di Wonderful Life nella versione di Zucchero, Giulio si sorprese a sorridere alla fuga di cipressi e ulivi che fiancheggiavano la piccola strada priva di traffico. Forse, pensò, anche la sua vita stava finalmente deviando verso una direzione tutto sommato possibile.

Sulla soglia dei sessanta, Giulio era infatti in quella fase dove ci si rende conto di avere scollinato e di avere ormai superato di un bel tratto il mezzo del cammin della propria vita. Fare il giornalista gli piaceva ancora e il lavoro nella redazione di Milano gli dava una certa sicurezza. La sicurezza dell’abitudine. Dei gesti quotidiani che disegnano un’apparente ragion d’essere. Il caffè con i colleghi, gli sfottò sul calcio, la sigaretta fumata in terrazza, le colleghe carine che a primavera si svestono di vestiti leggeri, l’ufficio, la scrivania e la pausa pranzo da marinare ogni tanto per una corsa al parco o una nuotata in piscina. Ma il giornale (come tutti i giornali) era in crisi a causa del digitale e ultimamente in ufficio c’era poco da
fare. Non c’erano quasi più le riunioni di redazione, ci si accordava con mail e WhatsApp e tutto si poteva fare ovunque, da casa, da una panchina, sul treno, al bar. L’ufficio e la scrivania erano ormai un retaggio obsoleto che serviva solo per giustificare lo stipendio fisso e mantenere l’inerzia di vecchie ritualità da sopravvissuti all’era del quarto potere. Quando gli avevano proposto il prepensionamento, ci era rimasto male. Ma ora ci stava pensando seriamente. Perché stare in ufficio ad inventarsi un’occupazione non era il massimo della vita. Ed anche se non aveva mai saputo cosa fosse il massimo della vita, aveva ben chiaro che in effetti non gli andava di fare la figura del fancazzista. Intanto, la direzione gli aveva chiesto di smaltire le ferie arretrate, e così se le era prese tutte. Ne aveva fino ad agosto inoltrato. Poi avrebbe probabilmente accettato di andarsene in pensione.

Il clacson di un furgoncino intento a sorpassare una coppia di turisti in bici lo distolse da quei pensieri giusto in tempo per accorgersi che la voce femminile del navigatore lo stava invitando ad imboccare una sorta di viottolo ormai quasi privo di asfalto che serpeggiava pigro fra una verde nuvolaglia di ulivi. Si fermò un paio di volte per far passare trattori che venivano in senso contrario, lasciò scorrere lo sguardo sulle
colline che emergevano poco lontano dai labirinti addomesticati di alberi e viti e zittì la radio di fronte all’entrata della tenuta: due colonne in pietra che reggevano le ante in ferro arrugginito di un enorme cancello che non veniva mai chiuso.

Procedette a passo d’uomo ancora per vari minuti fra filari e filari di viti, prima di raggiungere la casa sul rialzo di una collinetta punteggiata da cipressi. Parcheggiò sotto una enorme quercia e scese lentamente guardandosi intorno per capire da che parte doveva andare, ma lo sguardo fu calamitato dalla bella ragazza che scendeva sicura verso di lui: Adidas bianche, pantaloncini in jeans, camicetta annodata sopra
l’ombelico. Era preceduta da un enorme pastore maremmano che fece un giro attorno a Giulio prima di piazzargli il muso sospettoso a pochi centimetri dai gioielli di famiglia.

– Buono Crosby, è un amico, – disse la biondina sorridendo.

Crosby lasciò passare qualche secondo prima di piegare la testa e tornare deluso verso il porticato della casa scodinzolando appena.

– Buongiorno signor Ricci. Papà e Gregorio sono ancora impegnati con le scartoffie e hanno mandato me a farle compagnia. Spero non le dispiaccia, – disse allungando la mano.

– Certo che no, – rispose Giulio stringendole la mano, – ho avuto incontri peggiori.

Continuarono i convenevoli mentre salivano verso casa. Si chiamava Paola, era fresca di laurea ed era una delle figlie di Lorenzo Paggini, il contadino che gestiva il podere per conto della comunità. Quando la contessa Rubieri, morta senza eredi, aveva lasciato quella tenuta alla Comunità di Montevangelo, aveva voluto che fossero i Paggini, storici mezzadri dei conti, a continuare la gestione diretta delle terre. Mentre Paola raccontava, la parte più maliziosa dello sguardo di Giulio indugiava sugli spicchi di seno che sfuggivano dalla camicetta sbottonata a metà, e si chiese quando mai, finalmente, sarebbe arrivata anche per lui la pace dei sensi.

Erano giunti intanto sotto il grande porticato, con le colonne inghirlandate da edera e glicine, i vasi di gerani, le ogive con piante ornamentali, il cane accucciato davanti alla porta e una grande tavola di rovere circondata da una decina di sedie levigate dal tempo.

– Gradisce una bibita, un bicchierino, un caffè?

– Un caffè, grazie.

Dopo qualche minuto, lei tornò con vassoio, tazzine, moka, zuccheriera e un libro. Un suo libro.

– Così, magari mi fa una dedica.

– Ma dai, – rispose lui con finto distacco, – non sono così importante!

– Diciamo che Google ne sa parecchio su di lei, – ribadì Paola sorridendo. – Inoltre, ero in teatro ad Anghiari, qualche mese fa, quando hai tenuto – passò al tu con grande naturalezza – un dibattito con padre Gregorio.

– Dove ho fatto la figura del coglione! – commentò lui ridendo.

– In effetti hai esagerato nella parte del piacione, ma in fondo è quello che prevede il copione, no?

– Già…

Cenni biografici autore

L’autore Mario Agati

Mario Agati nasce a Motta Baluffi in provincia di Cremona l’8 febbraio 1955.

Per mantenersi agli studi è stato operaio, bracciante, facchino, trattorista, cameriere, mobiliere, venditore di pentole…

Dopo la maturità scientifica si è laureato in lettere ed ha conseguito la specializzazione in Scienze e storia della letteratura italiana.

È stato docente di lettere e di linguaggi multimediali. Ma anche ufficiale, consulente, formatore, giornalista e assessore.

Per la sua città (e non solo) ha ideato e animato eventi culturali come Spazi Eletti, Sere Destate, Donne di parola, Martedì in giallo, il Castello Errante, Formigine for Shakespeare, We Can Cult, IDEA (festa del pensiero), Il Paradiso può attendere…

Il mestiere di scrivere lo ha accompagnato per tutta la vita.

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